http://www.praestigiator.com · A cura di Mariano Tomatis

Versione stampabile · Edizione di sabato, 29 aprile 2017


Donne a metà

di mariano tomatis
pubblicato il 26 maggio 2013


Filmato YouTube disponibile all'indirizzo:
http://www.youtube.com/v/6iCRnm_3e7c

Parigi 1896 L’inventore del cinema è anche un mago. Rispetto ai suoi colleghi, però, Georges Méliès (1861-1938) ha un’arma in più. Tagliando la pellicola qua e là può compiere prodigi che a teatro sarebbero impossibili. La storia che racconta nel suo film Escamotage d’une dame au théâtre Robert Houdin ha un impatto gigantesco sull’immaginario collettivo.

Coinvolge un uomo, che per dar prova dei suoi poteri, usa come strumento il corpo di una donna. Dapprima copre un’assistente con un drappo; quando lo toglie, lei è sparita. Poi riappare, ma è diventata uno scheletro. La scena verrà rielaborata dieci, cento, mille volte.

Questa è la storia dello strano potere che si esplica con la sottomissione di una donna.

Leggi qui la trascrizione completa del documentario »


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di mariano tomatis
pubblicato il 0 sequ


"Psychic Cards" di Gregorio Samà

di mariano tomatis
pubblicato il 15 maggio 2013

Ogni volta che un record viene superato, ci si chiede se qualcuno - un giorno - sarà in grado di batterlo ancora. Qual è la velocità massima che può raggiungere un uomo in corsa? Qual è l’altezza massima cui può saltare? Quanto lungo potrà scagliare un giavellotto? In ambito creativo, le domande si fanno più sfumate. Chi crea l’illusione dell’impossibile può elaborare metodi sempre più ingegnosi e invisibili, ma qual è il limite ultimo?

Negli anni Trenta Joseph Rhine creò - con il collega Karl Zener - un set di cinque carte per condurre esperimenti sulla lettura del pensiero. Mentre ne osservava una, il soggetto doveva cercare di indovinarne il simbolo. Con il tempo Rhine si accorse di quanto fosse difficile impedire che le persone coinvolte nella prova usassero dei trucchi per indovinare le carte. Parallelamente alla ricerca psichica, infatti, gli illusionisti elaboravano strategie sempre più raffinate per simulare i poteri della mente.

Nel corso degli ottant’anni della loro vita, le carte Zener sono state oggetto di infinite analisi da parte dei mentalisti: non si contano le “soluzioni” elaborate per indovinarne i simboli, sempre più interessanti e sottili.

Quando ho avuto tra le mani per la prima volta le “Psychic Cards”, recentemente create da Gregorio Samà, mi è sembrato di assistere allo storico sorpasso di un record. Il set da lui realizzato è composto da cinque carte di solida plastica, praticamente indistruttibili. Il dorso è completamente nero, e non c’è traccia di trucco. Possono essere analizzate anche nei dettagli, e neppure uno scienziato sarebbe in grado di distinguerle una dall’altra - se non fosse per il simbolo bianco che presentano sulla faccia.

Il set, però, nasconde un segreto molto ingegnoso, sfruttando il quale è possibile presentare routine di lettura del pensiero e chiaroveggenza indistinguibili dal paranormale autentico.

Qui di seguito il trailer del set “Psychic Cards”:

Filmato YouTube disponibile all'indirizzo:
http://www.youtube.com/v/wDZRsjovThU

Per ulteriori informazioni e per acquistarle, contattate Gregorio Samà all’indirizzo di posta elettronica magicogreg@gmail.com.


Magica Lulu

di mariano tomatis
pubblicato il 24 giugno 2012

Little Lulu è il soprannome della giovane protagonista di un fumetto creato da Marjorie Henderson Buell negli Anni Trenta. Dopo l’esordio su The Saturday Evening Post il 23 febbraio 1935, il fumetto è stato pubblicato per quasi dieci anni fino alla fine del 1944. Dalla striscia è nata anche una serie a cartoni animati prodotti dalla Famous Studios per la Paramount Pictures. In questa puntata, restaurata di recente e intitolata Magical Lulu, la piccola assiste allo spettacolo del mago Marvo.

Filmato YouTube disponibile all'indirizzo:
http://www.youtube.com/v/75HWDoAB1LI


Un mago a “La Repubblica delle Idee”

di mariano tomatis
pubblicato il 10 giugno 2013

Oggi l’illusionista è una figura demodé. Tra sculture di palloncini, fazzoletti sgargianti e colombe, la sua estetica evoca — al più — i passatempi dell’infanzia e le feste di paese. Come scrive David Metcalfe:

Quando uno pensa alla magia da palcoscenico, la metafisica speculativa potrebbe non essere la prima cosa che salta in mente.1

Il rilievo di Metcalfe nasce dal suo incontro con Max Maven, l’illusionista contemporaneo che — più di chiunque altro — ha elevato la magia secolare a una forma di arte moderna, mettendone in luce profondi risvolti filosofici e culturali. Maven è uno dei più prolifici teorici sull’argomento. In un articolo sul ruolo della magia nel contesto culturale statunitense, l’illusionista si rivolgeva con tono amaro ai colleghi:

Compaiono tre maghi nella lista che la rivista Forbes ha recentemente dedicato agli artisti americani più pagati. Tuttavia, quando poco dopo Newsweek ha dedicato la copertina ai cento personaggi più influenti sulla cultura americana, nessuno somigliava neanche lontanamente a un mago. Morale: sono disposti a pagarci ma non ad ascoltarci.2

Ci sono le premesse per riconoscere alla magia un ruolo nel dibattito culturale contemporaneo? Personalmente ritengo di sì.

Al tema ho dedicato il mio ultimo libro — un percorso di avvicinamento all’illusionismo attraverso le riflessioni di Benjamin sull’arte moderna, le lezioni americane di Borges, le Bustine di Eco e le provocazioni di Duchamp.

Pur avendolo calcato in passato, da anni ho abbandonato il palcoscenico per valorizzare la magia attraverso la scrittura; credo, infatti, nella possibile emancipazione dell’arte magica da mera attività di intrattenimento a vera e propria “categoria del pensiero”. Tale riconoscimento si dovrà certamente ad artisti sempre più maturi e a performance via via più consapevoli, ma più di tutto — fuori dai teatri — sarà la scrittura a giocare un ruolo di primo piano.

Quali sono gli aspetti della nostra società su cui la magia ha qualcosa di interessante da dire? Nei giorni scorsi ho proposto alcune riflessioni in margine a “La Repubblica delle Idee”, l’evento che il quotidiano Repubblica ha organizzato a Firenze dal 6 al 9 giugno 2013 — le cui parole d’ordine “Scrivere per ricominciare” sono particolarmente pertinenti.

Qui di seguito, tutti i contributi:

• Il mondo reincantato di Dan Brown

• L’ho segata in due perché l’amavo?

• Orhan Pamuk e le storie che cambiano il mondo

• La scheda ballerina: il trucco svelato da Roberto Saviano

• Fellini, Sorrentino e la magia come metafora

• Le due lunghezze d’onda di Serena Dandini

• Eco, Bartezzaghi e l’ironia degli avverbi

Gli stessi post sono accessibili anche in inglese:

• Dan Brown’s re-enchanted world

• I sawed her in half for love

• Orhan Pamuk and the stories shaping reality

• The "ballerina ballot": the trick revealed by Roberto Saviano

• Fellini, Sorrentino and magic as a metaphor

• Serena Dandini’s two creative wavelengths

• Eco, Bartezzaghi and the irony of adverbs

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1 David Metcalfe, “Thou seest, O Son, with thine eyes: Magic, Metaphysics, and the Actionable Expression of Misdirection” in The Teeming Brain Blog, 21.8.2012.

2 Max Maven, “Scrooge et Noir” in Magic Magazine, dicembre 1992, p. 16.

 


Il segreto di Tony Binarelli

di Stefano Arditi
pubblicato il 10 aprile 2013

Quando osservo qualcosa, sia un quadro o spettacolo, cerco sempre di fare due cose. Uno: goderne il più possibile. Due: farmi venire dei dubbi.

I dubbi non riguardano necessariamente lo spettacolo o il quadro. Spesso sono dubbi su di me, sul mio lavoro, sul chi sono, sulla mia (certo inutile) presenza nel mondo dello spettacolo, ma anche sullo spettacolo o sul quadro stesso. Non sempre ho risposte immediate, ma il solo fatto di essermi posto dei dubbi istintivi, immediati, spesso mi aiuta — col tempo — a prospettare delle risposte. Tali risposte sempre sintesi di domande ed esperienze, momenti e situazioni diverse. Questa premessa è indispensabile per comprendere quel che segue.

Ho avuto il piacere di lavorare con Tony Binarelli un mucchio di volte, e dalle quinte del palcoscenico l’ho sempre osservato con attenzione. Non per scoprirne i segreti magici, ma per cercare di carpire che cosa lo distingua da tutti gli altri, quel “quid” che, negli anni Settanta, ne ha fatto uno dei pochi, autentici rappresentanti della magia italiana. L’ho osservato con avidità, senza invidia, cogliendone i singoli meccanismi (simpatia, esperienza, tecnica e una discreta dose di incoscienza) senza però coglierne l’essenza.

Con Silvan era stato più facile. Silvan ha una signorilità che coincide con il suo personaggio. Una classe superiore. E, anche lui, tecnica, esperienza, ecc. ecc. Ma con lui era facile. Appena lo vedi, non puoi non coglierlo. Una classe d’altri tempi, ma sempre attuale proprio in quanto non più attuale.

Ma Tony Binarelli no. Devi guardarlo e riguardarlo. Un po’ come Wanda Osiris.

Wanda era brutta. Non sapeva né ballare, né cantare. Recitava con un desueto birignao, non aveva alcuna abilità particolare, ma quando scendeva la scala... Allora la guardi e ti domandi: «Perché?! Dov’è il segreto?»

Con Tony per me è stato lo stesso. Lo guardavo e mi domandavo: «Dov’è il segreto?» Perchè lui sì e — per dire — Mario Altobelli no? Cosa pone Tony su un gradino più alto di decine di colleghi della sua stessa generazione, altrettanto straordinari — da Victor Balli a Fernando Riccardi, da Vicinio Raimondi a tutti gli altri.

Oggi, bontà sua, sono stato il regista del suo spettacolo e, sempre bontà sua, finalmente ho capito. Non perchè me l’abbia rivelato, ma perchè — ai miei occhi — è finalmente diventato evidente. Estremamente evidente. Perchè è li, proprio davanti agli occhi. Eppure invisivile, proprio per il fatto di essere troppo palese e sfacciatamente semplice.

Binarelli è Binarelli perchè ha una caratteristica che manca alla maggior parte dei giovani che ho incontrato — e che incontro quotidianamente — nell’ambiente dei prestigiatori. Lui è lui perchè, nonostante la sicurezza con cui affronta il pubblico, è una persona umile. Ha la grande umiltà di mettersi in gioco ogni volta; quella di ascoltare; quella di farsi venire dei dubbi, di condividere tali dubbi con gli altri e discuterne.

Volessimo dirlo in modo “alto”, Binarelli sa mettersi in gioco, ascoltare, estraniarsi dal suo Ego e accettare i consigli di chi ha qualcosa di interessante da dirgli. Dovessimo scegliere due soli aggettivi per definirlo, Tony è una persona “umile” e “coraggiosa”. Una persona che ha voglia di migliorarsi e migliorare il suo rapporto con gli altri. Con il suo pubblico. Con la sua vita. Una persona che, seppur non più giovanissima, non ha gettato la spugna e non si è fatto imprigionare dal sogno. E non per tornare quello che era quando andava forte in TV, né per competizione con i giovani, né ancora per dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stesso. Lo fa perchè è bello farlo. Perché è il segreto di una bella vita. Si vive bene svegliandosi ogni mattina senza pensare che l’avvenire sia dietro le spalle. Ieri sera [2 ottobre 2009], durante il suo spettacolo Quinta Dimensione, l’ha dimostrato ancora e ancora.


La striscia di Neil Swaab sull'Internazionale

di mariano tomatis
pubblicato il 14 marzo 2013


Neil Swaab, "Mr. Wiggles" in Internazionale, N. 761, 11.9.2008.


Bartolomeo Bosco esimio prestigiatore

di Salvatore Costanzo
pubblicato il 8 aprile 2013

Dopo uno spettacolo a Palermo, presso il Real Teatro di Santa Cecilia, Bartolomeo Bosco si guadagnò un’entusiasta recensione1 da parte di Salvatore Costanzo, che scriveva sulla dotta rivista Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia. Pubblicato nel gennaio 1839, l’articolo racconta alcuni degli effetti magici del noto illusionista, tra cui un numero di mentalismo:

[Bosco] indovinò l’altrui pensiero in un gioco di carte, scrivendo pria di eseguirlo, a qual punto contandole, il tale o tal altro avrebbegli ordinato di fermarsi, in effetti cominciando a contar le carte ad una ad una, gli venne imposto di arrestarsi alla diecesettesima, e consultando lo scritto si trovò notato quanto già era avvenuto.

Qui di seguito l’intero articolo di Salvatore Costanzo.

Bartolomeo Bosco si attira la comune ammirazione, non per la copia de giuochi che ad ognora inventa, non pel numero delle macchine che mirabilmente maneggia, non per la leggiadria come esegue le sue operazioni, non per gli spiritosi motti ch’ei dice, non pel bizzarro linguaggio, mischiato d’italico e francese ch’ei usa; ma è grande, impareggiabile per la destrezza delle sue mani con le quali fa sparire ogni oggetto basta che il voglia. Bosco esegue i suoi giochi senza alcuna preparazione, ed a braccia ignude, acciocché non si creda che larghe maniche od altro possano in parte nascondere il magistero delle sue ludificazioni. La sveltezza delle sue mani dà a divedere fino a che possa giugnere l’alto potere della natura, e dell’arte nella perfezione degli organi di un uomo; e Bosco per ciò verrà citato qual esempio di somma rarità a simiglianza della Catalani per l’organo della voce, di Gaspare lo Cascio che sordo comprendeva ogni discorso pel solo movimento delle labbra, di Paolo Granata che con la lingua imitava ogni sorta di canto di uccelli, e di quel monaco, che moveva il suo naso a capriccio ora in su ora in giù ora a manca, ora a dritta. I vecchi romanzieri de’ tempi di mezzo, sendo allora di moda i maghi, gli stregoni, le fate avrebbero per fermo fatto di Bosco un grande incantatore simile a quei tanti che leggiamo nelle novelle di mille ed una notte, parto della infocata fantasia degli Arabo-ispani, che nel nono secolo le composero, o pure un esacrando mago che evocava le ombre de’ morti e i demoni con tutte quelle scellerate e bestiali cerimonie, che ci vennero descritte da Cornelio Agrippa: ed avrebbero i suoi giochi celebrati come cosa diabolica, pari ai prodigi del gran mago Merlino, che riempì il mondo di superstiziosa fama. Ma in questo secolo di lumi riveriamo il nostro prestigiatore soltanto come un ingegno singolare ed i suoi prodigi servono mai sempre a confermarci la maraviglia che svegliano le sue magistrali operazioni. — I Pinetti, i de Rossi, i Turendot, i Filadelfia, i Comus, gli Olivier, i Comte e tutti i più rinomati giocolatori di cui si conserva ancor bella la memoria stanno le centinaia di miglia sotto del Turinese Bosco, e noi altra fiata tesseremo una completa storia di tutte le più curiose avventure, e de’ più stupendi fatti di quest’uomo estraordinario, essendo attualmente in sul raccogliere quelle importanti notizie, che meglio lo riguardano; e quest’altro lavoro che dovrà per certo non riuscir discaro ai più, verrà fra non guari inserito queste stesse Effemeridi. De’ giochi di Bosco direm poco, chè abbastanza ne dissero i più accreditati fogli di Europa, chiamandolo esimio prestigiatore, genio peregrino2 però renderemo conto soltanto di quelli che eseguì nel nostro teatro S. Cecilia poche sere fa, ed or volge un anno nel r. Teatro Carolino, i quali comechè in parte ebbero buon risultamento per la perfezione delle macchine da Bosco adoperate, non avrebbero potuto venire leggiadramente eseguiti, nè avrebbero potuto mantenere un’intera illusione tra gli astanti senza la destrezza delle mani del nostro prestigiatore. — Ei prese colombe, e dopo averle fatte sceme del capo le situò in un cassettino aperto, e poscia ad un colpo di pistola le fe’ da quello riapparire vive. — Raccolse un numero di orologi fattisi dae da persone che si stavano in platea, e tutti fracassatili a bella posta, così rotti e contusi, mostrandoli pria agli spettatori, ad un secondo colpo di pistola belli ed interi fè ritrovarli. — Chiese dell’acqua in un boccale, e dopo essersi con quella le mani, infingendo di volerla versare per terra, la vide tramutata in ispicciolati fiori, che tutta la platea inondarono. — Dimandò una scatola, che fé subitamente sparire, e poi facendo le viste di cercare dove la si fosse fè rinvenirla nelle tasche di colui che gliela avea data. — Diè un pugno di monete ad uno degli spettatori, e dopo averle tutte contate, confortandolo a serrarsele in una delle mani, ad un sol cenno le fè crescere o diminuire secondoché mostronne miglior talento chi possedeale. — Indovinò l’altrui pensiero in un gioco di carte, scrivendo pria di eseguirlo, a qual punto contandole, il tale o tal altro avrebbegli ordinato di fermarsi, in effetti cominciando a contar le carte ad una ad una, gli venne imposto di arrestarsi alla diecesettesima, e consultando lo scritto si trovò notato quanto già era avvenuto. — Ma diciamo finalmente alcun che del più sorprendente de’ giochi di Bosco, di quello cioè in cui egli alla svelata mostra tutto il suo immenso valore, la inarrivabile destrezza delle sue mani, la franchezza del suo operare senza ajuto di macchine, senza alcuna preparazione diciamo in somma del gioco delle palle ch’egli fa. In questo si dà Bosco a conoscere superiore di se medesimo. Il gioco di fare sparir le palle, di farle poscia trovare sotto un bicchiere, o sotto un bussolotto è antico, e si è fatto da tutti i giocolatori, ma tenendo essi un sacco legato al cinto e larghissime e lunghe maniche per potere in parte occultare le loro magagne, ma Bosco diversamente praticando di chi il precesse nel medesimo arringo meglio degli altri gioca, anzi miracolosamente gioca. Laonde la sua stupenda abilità gli ha procacciato a buon diritto smisurata fama, ed onori per tutta Europa: i più potenti monarchi a buon diritto gli hanno accordato diplomi e decorazioni; ed i cittadini di Amburgo vollero anche crearlo Cavaliere. A tanti meritati plausi, a tante belle corone, non possiamo aggiugnere che caldi voti acciocché Bosco prestamente non ci lasci, ed acciocché faccia meglio conoscere a quei di oltremonti, che gli abitanti della bella penisola eccelsero non solo nelle scienze, nelle lettere nelle arti, ma sibbene in ogni sorta di cose peregrine, e che però agli Italiani non mancò mai l’intelletto, mai il potere, mai l’ardire, ma solo la buona fortuna.3

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1 Salvatore Costanzo, "Bartolomeo Bosco esimio prestigiatore" in Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia, Tom. XXIV, Anno VIII, Gennaio/Marzo 1839, Tipografia di Filippo Solli, Palermo, pp. 58-61.

2 Vedi Gazette de France; gazzetta di Malta, le Courier des Dames.

3 Nel Siciliano giornale di scienze, lettere ed arti furono scritti vari articoli per B. Bosco dai sigg. Costanzo Minolfi e Falconieri, quando il Bosco approdò per la prima volta in Sicilia, or volge meglio di un anno — vedi Siciliano num.° 5. 6. 9.

 


Chi troppo in alto sal cade sovente precipitevolissimevolmente

di Michele Gianni
pubblicato il 6 marzo 2013

Quando studiavo all’Università di Firenze circolava una superstizione secondo la quale chi fosse salito sul Campanile di Giotto non sarebbe riuscito a passare il prossimo esame. Per estensione, la fatidica ascesa avrebbe impedito al malcapitato di laurearsi nella prevista sessione di laurea.

Non si trattava di una credenza molto diffusa, ma ricordo che saltava fuori a macchia di leopardo. Mi laureai, non so se per mio merito o perché evitai di salire sul campanile, e presto dimenticai questa credenza fino a qualche giorno fa, quando a Torino ho colto un frammento di conversazione secondo cui un prossimo laureando correva grossi rischi di non farcela perché aveva avuto la malaugurata idea di salire sulla Mole Antonelliana.

Incuriosito chiesi spiegazioni e la superstizione mi fu confermata: chi sale sulla Mole non si laurea.


Ma non era finita qui: con mio stupore una ragazza presente ci disse che a Bologna circolava un’analoga credenza secondo cui salire sulla Torre degli Asinelli comportava l’abbandono da parte del proprio fidanzato o fidanzata.

Tutto ciò ha acceso la mia curiosità, e anche senza ulteriori ricerche che mi avrebbero portato a scoprire se in altre città universitarie esistano altri luoghi alti che portano sfortuna agli studenti (e l’intuito mi dice che ce ne sono) ho iniziato a riflettere sul fenomeno.

Rispetto a superstizioni tradizionali e ben note quali il gatto nero che attraversa la strada o il transitare sotto una scala, quelle a cui ho fatto riferimento mostrano caratteristiche peculiari: innanzitutto circolano presso una categoria molto particolare di persone, ovvero gli studenti universitari o più in generale i giovani (a Bologna non risulta che l’ascesa alla torre degli Asinelli comporti rischi di crisi matrimoniale, ma solo di fidanzamento ed altre unioni meno formali), e in questo non si distacca dalla tipologia di superstizioni proprie di una particolare cerchia, come l’idea che mala sorte coglie l’attore e finanche l’intero spettacolo qualora siano presenti su una scena teatrale vestiti o oggetti viola. D’altra parte l’oggetto specifico della superstizione varia localmente in base alla presenza di una certa costruzione di notevole altezza.

Quindi la superstizione stessa può essere riformulata in modo più generale: salire su una costruzione elevata porta sfortuna (almeno in certe situazioni critiche, come un esame universitario o una relazione amorosa).

Certamente l’origine di una simile credenza può basarsi su fatti realmente accaduti: salire e soprattutto scendere un numero elevato di gradini, spesso assai ripidi, deve aver causato non pochi casi di cadute che, se verificatesi in prossimità di scadenze importanti come un esame di laurea, possono aver aggiunto, oltre al danno fisico, anche una notevole dilazione degli impegni previsti. Analogamente è verosimile che qualcuno abbia anche potuto abbandonare prematuramente questo mondo a seguito di una caduta e con ciò dire addio ad esami, fidanzamenti e quant’altro.

Tuttavia credo che accanto a questa componente oggettiva, sia presente anche un elemento simbolico.

Sul piano del mito il primo caso di un’ascesa - o meglio tentata ascesa - con esiti nefasti è quella narrata nella Bibbia riguardo alla Torre di Babele. In quel caso (Genesi 11,1) Iahvè punì gli uomini che lo avevano sfidato tentando di costruire una città-torre che salisse fino al cielo, trasformando l’unica lingua da loro parlata in una molteplicità di idiomi, impedendo in tal modo la prosecuzione dei lavori e dando il via a una incomprensione generale le cui tragiche conseguenze perdurano fino ad oggi. Secondo autori arabi, Allah provocò direttamente la caduta della torre e la confusione delle lingue derivò dallo spavento che ne seguì.

Di un’altra scalata infausta ci parla la mitologia greca: durante la guerra dei Giganti contro Zeus, un gruppo di costoro cercò di dare l’assalto al cielo creando una montagna di grandi pietre e tronchi, ma invano: Apollo ne fece strage. Anche in questo caso si tratta di una rivolta verso la divinità somma che viene aspramente punita.

Le due tradizioni pagana e giudaica si uniscono quindi all’insegna del tema della sfida umana al divino, di cui l’ascesa verso il cielo è un simbolo evidente.

Ciò si riconnette a un’altra importante nozione specificamente greca, ma che come vedremo sopravvive anche nel nostro senso comune: quella di hybris, l’arroganza che può manifestarsi con la parola, con i fatti e anche solo col pensiero.

Secondo questa credenza, chiunque manifesti gioia per la propria buona sorte incorre quasi certamente in una punizione da parte degli dèi invidiosi. L’idea base è che all’uomo non possa toccare niente che sia proprio della divinità, in particolare la gloria, la salute e la felicità.

Questa idea arcaica, che parrebbe confinata a un particolare periodo della storia e della cultura, si manifesta ancora oggi negli ambienti più insospettabili. Vi esorto a questo piccolo esperimento di microsociologia.

Accertatevi di essere uditi da un buon numero di persone in una riunione di amici o sul lavoro ed esclamate qualcosa del tipo: «Sono almeno cinque anni che non prendo un raffreddore». Potete stare certi che oltre la metà dei presenti si preoccuperà immediatamente del futuro prossimo delle vostre vie respiratorie e qualcuno si esibirà in qualche irriferibile gesto apotropaico.

Scaramanzia. Questo è ciò in cui si è trasformata la paura greca per le conseguenze della hybris; essa richiede che la sorte non vada stuzzicata e già dire a qualcuno: «Tanti auguri per il tuo concorso!» sortirà presso il malcapitato reazioni che vanno dal sorriso a denti stretti all’orrore metafisico.

Il concetto generale è dunque che le divinità non vanno mai sfidate e sicuramente il salire tanto in alto, come sulla cima della Mole Antonelliana, simbolicamente equivale ad un velleitario tentativo di avvicinamento all’Olimpo.

Ecco dunque che nelle nostre superstizioni goliardiche sul pericolo di salire su torri e campanili riecheggiano tutte le nostre radici culturali, cariche non solo di timori relativamente innocui, ma anche di potenziali orrori.

Alla fine di queste digressioni iniziate in tono faceto, ma che hanno toccato corde assai tragiche, vorrei concludere con un messaggio che può tranquillizzare e potenzialmente avere conseguenze positive per la nostra vita: a meno di non credere fermamente nell’esistenza di una o più divinità gelose della poca umana felicità, possiamo - e direi dobbiamo - tranquillamente goderci i panorami delle nostre belle città anche in vista di un esame e magari in compagnia del nostro partner. Basta essere prudenti quando si scendono i gradini!