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sabato, 29 aprile 2017

Chi troppo in alto sal cade sovente precipitevolissimevolmente

di Michele Gianni
pubblicato il 6 marzo 2013

Quando studiavo all’Università di Firenze circolava una superstizione secondo la quale chi fosse salito sul Campanile di Giotto non sarebbe riuscito a passare il prossimo esame. Per estensione, la fatidica ascesa avrebbe impedito al malcapitato di laurearsi nella prevista sessione di laurea.

Non si trattava di una credenza molto diffusa, ma ricordo che saltava fuori a macchia di leopardo. Mi laureai, non so se per mio merito o perché evitai di salire sul campanile, e presto dimenticai questa credenza fino a qualche giorno fa, quando a Torino ho colto un frammento di conversazione secondo cui un prossimo laureando correva grossi rischi di non farcela perché aveva avuto la malaugurata idea di salire sulla Mole Antonelliana.

Incuriosito chiesi spiegazioni e la superstizione mi fu confermata: chi sale sulla Mole non si laurea.


Ma non era finita qui: con mio stupore una ragazza presente ci disse che a Bologna circolava un’analoga credenza secondo cui salire sulla Torre degli Asinelli comportava l’abbandono da parte del proprio fidanzato o fidanzata.

Tutto ciò ha acceso la mia curiosità, e anche senza ulteriori ricerche che mi avrebbero portato a scoprire se in altre città universitarie esistano altri luoghi alti che portano sfortuna agli studenti (e l’intuito mi dice che ce ne sono) ho iniziato a riflettere sul fenomeno.

Rispetto a superstizioni tradizionali e ben note quali il gatto nero che attraversa la strada o il transitare sotto una scala, quelle a cui ho fatto riferimento mostrano caratteristiche peculiari: innanzitutto circolano presso una categoria molto particolare di persone, ovvero gli studenti universitari o più in generale i giovani (a Bologna non risulta che l’ascesa alla torre degli Asinelli comporti rischi di crisi matrimoniale, ma solo di fidanzamento ed altre unioni meno formali), e in questo non si distacca dalla tipologia di superstizioni proprie di una particolare cerchia, come l’idea che mala sorte coglie l’attore e finanche l’intero spettacolo qualora siano presenti su una scena teatrale vestiti o oggetti viola. D’altra parte l’oggetto specifico della superstizione varia localmente in base alla presenza di una certa costruzione di notevole altezza.

Quindi la superstizione stessa può essere riformulata in modo più generale: salire su una costruzione elevata porta sfortuna (almeno in certe situazioni critiche, come un esame universitario o una relazione amorosa).

Certamente l’origine di una simile credenza può basarsi su fatti realmente accaduti: salire e soprattutto scendere un numero elevato di gradini, spesso assai ripidi, deve aver causato non pochi casi di cadute che, se verificatesi in prossimità di scadenze importanti come un esame di laurea, possono aver aggiunto, oltre al danno fisico, anche una notevole dilazione degli impegni previsti. Analogamente è verosimile che qualcuno abbia anche potuto abbandonare prematuramente questo mondo a seguito di una caduta e con ciò dire addio ad esami, fidanzamenti e quant’altro.

Tuttavia credo che accanto a questa componente oggettiva, sia presente anche un elemento simbolico.

Sul piano del mito il primo caso di un’ascesa - o meglio tentata ascesa - con esiti nefasti è quella narrata nella Bibbia riguardo alla Torre di Babele. In quel caso (Genesi 11,1) Iahvè punì gli uomini che lo avevano sfidato tentando di costruire una città-torre che salisse fino al cielo, trasformando l’unica lingua da loro parlata in una molteplicità di idiomi, impedendo in tal modo la prosecuzione dei lavori e dando il via a una incomprensione generale le cui tragiche conseguenze perdurano fino ad oggi. Secondo autori arabi, Allah provocò direttamente la caduta della torre e la confusione delle lingue derivò dallo spavento che ne seguì.

Di un’altra scalata infausta ci parla la mitologia greca: durante la guerra dei Giganti contro Zeus, un gruppo di costoro cercò di dare l’assalto al cielo creando una montagna di grandi pietre e tronchi, ma invano: Apollo ne fece strage. Anche in questo caso si tratta di una rivolta verso la divinità somma che viene aspramente punita.

Le due tradizioni pagana e giudaica si uniscono quindi all’insegna del tema della sfida umana al divino, di cui l’ascesa verso il cielo è un simbolo evidente.

Ciò si riconnette a un’altra importante nozione specificamente greca, ma che come vedremo sopravvive anche nel nostro senso comune: quella di hybris, l’arroganza che può manifestarsi con la parola, con i fatti e anche solo col pensiero.

Secondo questa credenza, chiunque manifesti gioia per la propria buona sorte incorre quasi certamente in una punizione da parte degli dèi invidiosi. L’idea base è che all’uomo non possa toccare niente che sia proprio della divinità, in particolare la gloria, la salute e la felicità.

Questa idea arcaica, che parrebbe confinata a un particolare periodo della storia e della cultura, si manifesta ancora oggi negli ambienti più insospettabili. Vi esorto a questo piccolo esperimento di microsociologia.

Accertatevi di essere uditi da un buon numero di persone in una riunione di amici o sul lavoro ed esclamate qualcosa del tipo: «Sono almeno cinque anni che non prendo un raffreddore». Potete stare certi che oltre la metà dei presenti si preoccuperà immediatamente del futuro prossimo delle vostre vie respiratorie e qualcuno si esibirà in qualche irriferibile gesto apotropaico.

Scaramanzia. Questo è ciò in cui si è trasformata la paura greca per le conseguenze della hybris; essa richiede che la sorte non vada stuzzicata e già dire a qualcuno: «Tanti auguri per il tuo concorso!» sortirà presso il malcapitato reazioni che vanno dal sorriso a denti stretti all’orrore metafisico.

Il concetto generale è dunque che le divinità non vanno mai sfidate e sicuramente il salire tanto in alto, come sulla cima della Mole Antonelliana, simbolicamente equivale ad un velleitario tentativo di avvicinamento all’Olimpo.

Ecco dunque che nelle nostre superstizioni goliardiche sul pericolo di salire su torri e campanili riecheggiano tutte le nostre radici culturali, cariche non solo di timori relativamente innocui, ma anche di potenziali orrori.

Alla fine di queste digressioni iniziate in tono faceto, ma che hanno toccato corde assai tragiche, vorrei concludere con un messaggio che può tranquillizzare e potenzialmente avere conseguenze positive per la nostra vita: a meno di non credere fermamente nell’esistenza di una o più divinità gelose della poca umana felicità, possiamo - e direi dobbiamo - tranquillamente goderci i panorami delle nostre belle città anche in vista di un esame e magari in compagnia del nostro partner. Basta essere prudenti quando si scendono i gradini!

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