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giovedì, 21 settembre 2017

La magia solare di Torino

di Bruno Gambarotta
pubblicato il 30 novembre 2007

Conversando su Torino con persone che vengono da fuori, prima o poi arriva inesorabile una domanda sulla Ā«Torino magicaĀ». Con grande imbarazzo di chi in cuor suo pensa che si tratti di paccottiglia di second'ordine, di un folclore stantio e provinciale ma nello stesso tempo non vuole deludere gli ospiti ansiosi di sentire puzza di zolfo dai suoi racconti. Ora l'imbarazzo è finito: d'ora in poi so dove indirizzare gli interlocutori interessati all'argomento, dirò: andate al Circolo Amici della Magia, in via Santa Chiara 23. Lì troverete la vera magia, quella solare, basata sui giochi di prestigio, sull'illusionismo, frutto di studio e di lunghi esercizi, con una biblioteca specializzata seconda al mondo per importanza (questo del Ā«secondo al mondoĀ» è un destino della città, vedi il Museo Egizio e la Reggia di Venaria). Il circolo, presieduto da Marco Aimone, ha 170 soci, di tutte le età e le classi sociali; lì si sono formati, tra gli altri, Arturo Brachetti e Marco Berry.

Ho avuto il privilegio di assistere al Galà, condotto da un Alexander in forma smagliante, che domenica scorsa ha concluso il loro congresso annuale e ho visto cose mirabolanti, con artisti, o maghi, che, sapendo di avere di fronte un pubblico di cultori e praticanti della materia, hanno dato il meglio di sé. In questi casi lo spettatore può avere due atteggiamenti: abbandonarsi all'illusione o cercare di capire, con tutti i sensi all'erta, dove sta il trucco. Siccome io i trucchi non li capisco neanche quando me li spiegano, scelgo di godere lo spettacolo senza scervellarmi. Del resto nessuno è in grado di spiegare come fa Roberto Giobbi, nato in provincia di Alessandria da genitori emigrati in Svizzera, uno dei più grandi cartomaghi del mondo, a far ritrovare dentro un limone distribuito in precedenza al pubblico una banconota da cinquanta euro che gli ha portato uno spettatore.

Certo, lui è maestro nella Ā«misdirectionĀ», la tecnica per distrarre l'attenzione dello spettatore: parla a mitraglia alternandosi in cinque lingue, dicendo frasi del tipo Ā«osservate bene, le dita non lasciano mai le maniĀ». Parla invece solo in spagnolo ma si fa capire benissimo Juan Tamariz, un ilare vecchietto tarantolato, dotato di tempi comici strepitosi. Usa due mazzi di carte, posate su un tavolino inquadrato da una telecamera che manda il dettaglio ingrandito su un grande schermo alle sue spalle, con due spettatori ai fianchi che controllano. Inizia facendo affiorare in superficie una carta inserita dentro il mazzo senza mai toccare quest'ultimo e, in un crescendo strepitoso, riesce, dopo aver fatto mescolare dai due spettatori le carte, a farle ritrovare nei due mazzi ordinate nella stessa sequenza. Ha chiuso in bellezza il giovane Ottavio Belli; con lui e le sue Ā«grandi illusioniĀ», sono tornate in scena le ragazze chiuse nei contenitori trapassati addirittura da fiaccole accese.1

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1 Bruno Gambarotta, Storie di città in Torino Sette allegato a La Stampa del 30.11.2007

 

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