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sabato, 18 novembre 2017

Forma e divertimento corrono su quattro ruote in linea

di Roberto Vecchioni
pubblicato il 10 agosto 2005

A Torino non ci sono curve. Se vuoi girare devi sempre farlo per linee rette. Credo che ciò influisca sulla mentalità. Se a Torino chiedi un'indicazione, te la danno con somma cortesia. Ogni ulteriore parola che esuli dalla risposta al tema, compreso il «Buonasera», non è contemplata.

Se a Torino prendi un viale, giri a destra e poi dopo un chilometro vai a sinistra, ti ritrovi nel viale di prima. Mi vedo Nietzsche a Torino. Torino è l'esatto contrario di Nietzsche. Ci si ritrova sempre dove non ci si aspetta.

Trent'anni fa, nel centro di Torino, a tarda sera, giravano studenti e operai. Spesso qualcuno chiamava un amico a distanza. Spesso si udivano risate.

A Torino ogni cento metri c'è un libraio: leggono tutti. Ecco perché non escono mai.

A Torino non ho visto gay in giro. Si nascondono o si annoiano. Oppure leggono libri anche loro.

A Torino se non si posteggia in mezzo alla strada si prende la multa. I giapponesi fotografano tutti quelli che hanno mamma e papà nati a Torino.

A Torino non conta che faccia bello o piova: non se ne accorge nessuno. La vera, riservata bellezza è nei palazzi, o nei giardini che si presume ci fossero. Si guarda in basso, non in alto. Da qui l'importanza di avere belle scarpe.

Ad ogni incrocio c'è un cartello che per la Torino-Milano ti manda a destra ed un altro che ti manda a sinistra. Per arrivare al «Lingotto» bisogna andare a Pinerolo, tornare indietro e chiedere. Ero così prevenuto su Torino che adesso tutte le cose negative che vedo mi sembrano normali.

Torino è così straordinariamente, anticamente bella da sembrar oggi vuota. Tutta la gente che c'è non riesce a riempirla. I portici sono eredità di re che volevano percorrerli da soli e sentir l'eco dei propri passi e pensieri. Voltato l'angolo i re e scivolati nella pozzanghera della storia, mille, duemila passanti, con quei portici, non han niente a che vedere. Quando Hermes regalò agli uomini la cetra ci si sedettero sopra.

A Torino ci sono due antipodi istituzionali: la catena di montaggio e la grande letteratura. Tutto ciò che sta in mezzo è un fai da te.

I ragazzi di Torino hanno tante cose da dire, non insegniamogli solo quel che si deve fare. Parlano e fabbricano simboli che sono ponti e strade per camminare. Hanno, per fortuna, tempo nel concreto benessere conquistato dai padri e le loro parole esistono di là delle cose come personaggi in cerca d'autore: i ragazzi del Dams di Torino non vogliono dargli una forma qualunque, la prima forma che capita. Io li amo mentre sognano.

Amo Torino, amo l'inespresso, il possibile che si sarebbe potuto, la Castiglione che non smette l'abito, Dorian Gray che non si vuol guardare: amo l'infinitesimo panar di pioggia che manco s'avverte e il bianco e nero tra Godard e il «Film Luce»; amo l'incertezza temporale, il sospetto o il desiderio che, girato l'angolo, ti si pari davanti un fiacre o una luce a petrolio, l'ultima, e la risposta annebbiata di letterati persi nei bar dove la proprietaria, figlia del meridionale, t'importuna senza assillarti, perché ha imparato la misura, ma non ha perso l'indole.

E' come se si fosse tutti là in un'ultima scena che non vien mai veramente come vuole chi la gira. E così la fa ripetere all'infinito, perché gli attori non sanno che è l'ultima, e hanno pazienza da vendere.

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