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venerdì, 24 febbraio 2017

La vita di Houdini

di Raymund FitzSimons
pubblicato il 20 marzo 2007

Lo chiameremo subito Houdini. Nacque a Budapest il 24 marzo 1874, e i genitori, Samuel e Cecilia Weizs, gli diedero nome Ehrich. Sua madre diceva che da piccolo non piangeva mai. Quand'era irrequieto, bastava che lei se lo tenesse al seno perché il battito del cuore materno lo calmasse. Poco dopo la nascita del bimbo, la famiglia si imbarcò per New York e di qui continuò il viaggio all'interno fino ad Appleton, nel Wisconsin, dove Samuel divenne rabbino nella sinagoga locale. Ma non riusciva ad adattarsi alla nuova vita, come se il trasferimento lo avesse svuotato di tutte le sue energie e speranze. Era un uomo colto, di 45 anni, ma sia lui che la moglie non Si sforzarono d'imparare l'inglese. Houdini crebbe parlando tedesco in casa e un inglese gergale e sgrammaticato fuori. La sua era una famiglia felice dove regnava l'amore. Cecilia, che sbrigava in allegria le faccende domestiche, compensava largamente le lamentele di Samuel. E Houdini la guardava, cercando sempre la maniera di farle piacere. Tutti i bambini hanno paura che i genitori muoiano, ma questi timori di solito scompaiono con la crescita. Per Houdini era diverso. Quando non riusciva a sopportare quell'angoscia sempre più ossessiva, appoggiava il capo sul cuore della madre, per sentirne il battito. Rassicurato, come da bambino, pregava che il proprio cuore si fermasse prima del suo. Poi Samuel decise di stabilirsi a New York nella speranza che la numerosa comunità ebraica contribuisse al mantenimento di un erudito ebreo. Ma il suo reddito era assai modesto e i figli dovettero andare a lavorare. Nel novembre del 1888 Houdini, allora quattordicenne, trovò lavoro come tagliatore in una fabbrica di cravatte, la Richter's Sons, dove venne introdotto per la prima volta nel mondo della magia. L'illusionismo, o magia bianca, nel secolo scorso era soprattutto rappresentazione teatrale, elevata a grande dignità da celebri illusionisti, tra cui Carl Herrmann. Questi aveva portato il suo spettacolo attraverso l'Europa esibendosi davanti a molte teste coronate. La magia diventò lo svago alla moda per le famiglie importanti e quando Carl iniziò ai misteri della magia alcuni rampolli d'alto lignaggio, fu ricompensato con oro e pietre preziose. Le prime esperienze di Houdini furono facili trucchetti con carte da gioco e monete. Nella fabbrica di cravatte c'era un altro giovane con il suo stesso interesse, un certo Jacob Hyman. Insieme si esercitavano con molto impegno e sognavano di diventare un giorno dei professionisti. Houdini sperava, attraverso l'illusionismo, di entrare come Herrmann nel favoloso mondo degli imperatori, dei re e dei viaggi in terre straniere. Era comunque consapevole del fatto che nonostante le loro straordinarie imprese, Herrmann e altri illusionisti restavano pur sempre degli uomini di spettacolo, e Houdini non era certo che un simile destino lo avrebbe soddisfatto. Fu a quel tempo che Houdini e Jacob conobbero un altro appassionato di magia, Joe Rinn. Questi aveva partecipato a sedute spiritiche che presupponevano il ritorno sulla terra degli spiriti dei defunti per comunicare con i vivi. Accadeva che qualcuno dei presenti fosse accarezzato da mani invisibili, che strumenti musicali suonassero senza essere toccati, che tavolini ballassero. Houdini era ansioso di sapere se era tutto vero e interrogava Joe con insistenza. Joe aveva dei dubbi: a suo parere la maggior parte dei medium erano impostori. Quelli onesti, pur circondandosi di un'aura di mistero, tenevano a sottolineare che la loro magia si basava su fenomeni puramente fisici. Agli inizi del 1891 Houdini convinse Rinn a portarlo con sé a una seduta spiritica a New York. Andarono a casa di una certa Minnie Williams che, dopo aver preso posto in una cabina chiusa da pesanti tende, sembrò cadere in trance. Poco dopo dalla cabina cominciarono a uscire delle figure, a volte sole, a volte in coppia, che alcuni dei presenti riconobbero come spiriti di loro congiunti. Ma poiché il pavimento scricchiolava sotto i loro passi, Houdini ne dedusse che quegli spiriti dovevano essere di corporatura piuttosto massiccia. In seguito, si dichiarò stupito che la gente si lasciasse trarre in inganno da una frode e osi palese. Qualche settimana dopo Joe gli mostrò un libro appena pubblicato che descriveva quasi tutti i trucchi adottati dai medium per produrre fenomeni di spiritismo. Di tutti i segreti rivelati dal libro, quello che affascinò di più Houdini fu quello che spiegava come una persona legata strettamente con delle corde poteva sciogliersi e poi legarsi di nuovo. Alcuni medium si facevano legare per dimostrare ai presenti che i fenomeni spiritici accadevano senza trucchi. Nel libro c'era un'esauriente spiegazione della dinamica dell'imbroglio. Houdini si esercitò a farlo con Jacob e ben presto i due divennero bravissimi. Ma Houdini non era ancora convinto che l'illusionismo fosse la strada giusta per lui. Poi lesse le memorie di Jean-Eugène Robert-Houdin e i suoi dubbi svanirono. Robert-Houdin aveva inaugurata la serie delle sue Soirée fantastiques a Parigi nel 1845 in un teatro del vecchio Palais-Royal, eseguendo straordinari numeri d'illusionismo. Ma la sua fama non era confinata al mondo dello spettacolo. Nel 1856, un gruppo di santoni musulmani dell'Algeria, i Marabutti, incitarono le tribù a insorgere e cacciare gli infedeli francesi. Il governo pensò di mandare Robert-Houdin in Algeria per sedare la rivolta con uno spettacolo di magia. La sua esibizione sbalordì i capi tribù, che conclusero che la magia dei Marabutti non poteva competere con quella dei francesi. La pace fu ristabilita e Robert-Houdin tornò a Parigi in trionfo. La lettura di quel libro segnò la vita di Houdini. Decise che anche lui grazie all'illusionismo avrebbe avuto una parte negli affari internazionali. Così, a 17 anni, divenne illusionista di professione, con Jacob come socio. Ma bisognava trovare un nome d'arte. Houdini aveva parlato in continuazione di Houdin, senza accorgersi di usare solo la seconda parte di un cognome composto di due nomi uniti da un trattino. Quanto a Jacob si era convinto che l'aggiunta di una "i" a un nome fosse la maniera europea di indicare un'analogia. Propose perciò il nome di Fratelli Houdini.

"Assisterete a un miracolo"

Si esibivano nelle birrerie, l'ultimo gradino del mondo dello spettacolo, posti rozzi, violenti, per soli uomini. Quel pubblico di ubriaconi si calmava forse per ascoltare una canzone sentimentale o un comico salace, ma gli altri artisti dovevano urlare non poco per farsi sentire. I Fratelli Houdini eseguivano un numero di 15 minuti che culminava con il trucco della sostituzione all'interno di un baule. Il baule era di legno e aveva uno sportello segreto che si apriva verso l'interno. A rendere popolare il trucco era stato 25 anni prima l'illusionista inglese John Neville Maskelyne. Si faceva chiudere a chiave nel baule che poi veniva legato e nascosto dietro un paravento. Dopo un po' il mago usciva sul palcoscenico e quando il paravento veniva tolto il pubblico poteva vedere che il baule era ancora chiuso a chiave e legato. Houdini aveva perfezionato il numero. Invitava un gruppo di spettatori sul palcoscenico e si faceva legare le mani dietro la schiena. Quindi si faceva mettere in un sacco che veniva sigillato e posto in un baule chiuso a chiave e legato con le corde. Sopra il baule veniva poi calato una specie di armadietto fatto di un'armatura di tubi metallici e tende di velluto che nascondeva il tutto alla vista del pubblico. Jacob entrava nell'armadietto, ma quando venivano tirate le tende, era Houdini che compariva. Jacob era scomparso e il baule stava ancora lì, chiuso a chiave e legato. I rappresentanti del pubblico aprivano il baule e slegavano il sacco. Dentro c'era Jacob, le mani legate dietro la schiena come Houdini all'inizio del numero. Houdini lo battezzò Metamorfosi. Il trucco era ben congegnato. Appena entrato nel sacco, Houdini si slegava le mani. Quando il coperchio del baule veniva chiuso a chiave, tagliava il fondo del sacco. Mentre le tende dell'armadietto si chiudevano intorno al baule, usciva dal sacco, pronto ad aprire lo sportello segreto. Nell'attimo in cui Jacob entrava nel baule, Houdìni apriva le tende e appariva al pubblico. Intanto Jacob eseguiva il procedimento inverso, entrando nel baule e poi nel sacco. Poiché restava seduto immobile, nessuno sospettava che il fondo del sacco fosse stato tagliato. Per ottenere l'effetto voluto, bisognava agire con grande rapidità, e Houdini voleva eseguire il numero sempre più in fretta; ma Jacob non riusciva a essere veloce come Houdini, e dopo quattro mesi la loro società si sciolse. Houdini pensò allora di far lavorare suo fratello Theo. Samuel non poteva concepire che due dei suoi figli fossero illusionisti. Il mondo era per lui diventato un enigma e non ci si raccapezzava più. Nell'autunno del 1892, fece ripetere a Houdini la promessa che il figlio gli aveva fatto quando aveva compiuto 12 anni, e cioè che avrebbe avuto cura di sua madre. Poche settimane dopo, Samuel mori. L'anno seguente Houdini e Theo andarono all'Esposizione mondiale di Chicago, dove videro un giocoliere che si liberava dalle manette. Il numero delle manette era molto semplice. Prima venivano chiuse intorno ai polsi e quindi coperte da un grande fazzoletto. L'illusionista le apriva di nascosto con un duplicato della chiave. Houdini si esercitò a lungo in questo trucco e cominciò a pensare che sarebbe stato magnifico se avesse potuto fare a meno della doppia chiave ed escogitare un altro metodo per liberarsi. Nell'estate 1894 i Fratelli Houdini furono scritturati a Coney Island, la grande stazione balneare di Brooklyn. Tra le molte attrazioni di quel popolare parco di divertimenti c'era un numero di canto e danza chiamato Le Sorelle Floral. Theo fece amicizia con una delle sorelle e la presentò a Houdini. Era una ragazza bruna, dal viso dolce, piccola ed esile. Si chiamava Wilhelmina Beatrice Rahner, Bess per gli amici, ed era figlia d'immigrati tedeschi. Houdini se ne innamorò a prima vista e due settimane dopo erano sposati. Lui aveva 20 anni, lei 18. Tornati nell'appartamento di sua madre, Houdini rivelò a Bess i suoi sogni: voleva avere uno spettacolo d'illusionismo tutto suo, della durata di due ore, da presentare nei migliori teatri del mondo; re e imperatori gli avrebbero reso omaggio. Poi, una volta famoso, sarebbe salito alla ribalta del mondo per fare qualcosa di straordinario per il bene dell'umanità. Bess lo ascoltava rapita. In lei aveva trovato la moglie ideale, una donna che lo avrebbe sostenuto per tutta la vita con devozione assoluta e fede incrollabile nelle sue stesse speranze. Ben presto Bess scoprì che Houdini non si risparmiava nessuna fatica pur di arrivare alla realizzazione dei suoi sogni. Non dormiva più di cinque ore per notte, e il resto del tempo lo passava a esercitarsi, a prendere confidenza con corde e manette, a giocare con monete e carte per mantenere agili le dita. Volendo la moglie con sé nel suo numero, le insegnava quel che doveva fare, insistendo sull'importanza della rapidità nell'esecuzione di Metamorfosi. Per questo si esercitavano ore e ore in camera da letto. In breve tempo gli Houdini, come avevano deciso di farsi chiamare, furono pronti a esibirsi nelle birrerie. Non appena compariva l'armadietto con le tende che doveva nascondere il baule, Bess si rivolgeva al pubblico con queste parole: "Batterò le mani tre volte e in quell'istante assisterete a un miracolo!." Si precipitava nell'armadietto e subito si udivano tre colpi... battuti da Houdini, già uscito nel frattempo dal baule. Poi egli apriva le tende e alle sue spalle il baule era chiuso a chiave e legato. Bess era scomparsa. Il tutto avveniva in soli tre secondi. Il pubblico mormorava, trasecolato. Due persone legate e imprigionate avevano attraversato lo spazio, un sacco e assi di legno inchiodate a una velocità superiore a quella del pensiero. Era proprio questo l'effetto che Houdini si era sforzato di ottenere. La sua tecnica aveva superato le leggi della fisica per produrre quello che forse era da considerarsi veramente un miracolo.

Nudo davanti al mondo

Gli Houdini portarono Metamorfosi in tutti gli Stati Uniti e il successo del numero fruttò loro scritture nei "musei delle meraviglie", un gradino più su delle birrerie. Spesso però erano senza lavoro. Negli intervalli fra i loro sporadici impegni, Houdini continuava a pensare a come riuscire a liberarsi da legami di metallo. Andava nei banchi di pegno e nelle rivendite di rottami e comprava tutte le manette che trovava. Le smontava e le rimontava cercando il modo di aprirle senza usare chiavi. Ma sulla scena il numero dell'Evasione dalle Manette non faceva scalpore. Houdini invitava qualcuno del pubblico a ispezionare le manette, a chiuderle a chiave e a riaprirle. Quindi, nascosto nell'armadietto, se ne liberava e usciva tenendole alzate sopra la testa. Ma il pubblico rimaneva freddo e non vedeva niente di misterioso o suggestivo in quell'esibizione. L'anno 1896 trovò gli Houdini a Halifax, nella Nuova Scozia. Era un periodo nero per Houdini, ossessionato dal pensiero che morisse sua madre. Con lei era convinto che avrebbe perso anche il lume della ragione. Sentì quindi nascere dentro di sé una morbosa curiosità di sapere tutto sulla pazzia e andò a visitare un manicomio. Qui vide un alienato violento, chiuso in una cella dalle pareti imbottite, che cercava di liberarsi dalla camicia di forza. La mattina dopo Houdini riuscì a procurarsi una vecchia camicia di forza. A Bess, che lo guardava mentre cercava di liberarsene, dovette sembrare davvero un forsennato. Lottò per ore, e alla fine si lasciò andare stremato al suolo. Continuò un giorno dopo l'altro, con il corpo contuso e dolorante, le dita scorticate e sanguinanti. L'impresa gli riuscì il settimo giorno. Con forza e perseveranza riuscì a portare le braccia davanti al corpo. Apri con i denti le fibbie delle cinghie che serravano le maniche. Aveva ancora le braccia imprigionate, ma allungandole dietro la schiena riuscì ad aprire anche le altre fibbie. Mentre si sfilava la camicia di forza e la lasciava cadere sul pavimento, fu invaso da un inebriante senso di libertà, mai provato prima. Fu come se, insieme alla camicia di forza, fossero cadute anche alcune sue paure. La sua carriera procedeva fra alti e bassi. Poi, nel 1899, fu scritturato per qualche settimana da un "museo delle meraviglie" di Chicago, il Kohl & Middleton's. Houdini non smetteva di pensare al numero delle manette, convinto che se fosse riuscito a presentarlo in maniera più suggestiva, avrebbe catturato l'interesse del pubblico. Ad alcuni cronisti di Chicago andati a intervistarlo disse che era in grado di liberarsi da ogni tipo di manette in uso presso la polizia. Insieme si recarono in un commissariato dove sfidò gli agenti a tenerlo prigioniero. Naturalmente riuscì a liberarsi da tutte le loro manette e l'episodio fu riportato dal quotidiano Journal il 5 gennaio 1899. La pubblicità data alla straordinaria impresa diede i suoi frutti. Dal palcoscenico del Kohl & Middleton's Houdini sfidò chiunque a tenerlo prigioniero di manette e ceppi. lì pubblico era elettrizzato. Ciò che colpiva l'immaginazione era la certezza che gli oggetti forniti da spettatori paganti, e quindi insospettabili, non fossero truccati. Houdini aveva fatto centro. A St. Paul, nel Minnesota, il numero venne notato da Martin Beck, che scritturava artisti per il prestigioso circuito di varietà Orpheum. Offrì a Houdini una tournée a 60 dollari la settimana, ma gli disse che voleva meno magia e solo due numeri emozionanti, Metamorfosi e l'Evasione dalle Manette. Houdini non voleva essere considerato un artista capace solo di trucchi del genere, ma non poteva permettersi di rifiutare una tournée con l'Orpheum. Confinando Bess al ruolo di assistente, si battezzò "Houdini: Re delle Manette". Il numero ottenne un successo strepitoso. Quando arrivarono in California durante l'estate, la sua paga era salita a 90 dollari la settimana. In un commissariato dì San Francisco si liberò da vari strumenti di costrizione, com'era ormai solito fare per ottenere pubblicità. Ma dopo la sua partenza dalla città, l'Examiner pubblicò un articolo in cui si sosteneva che non vi era niente di straordinario in simili imprese, perché bastava avere un duplicato della chiave o un grimaldello. Quando tornò a San Francisco per una replica dello spettacolo, Houdini sfidò la polizia a tenerlo prigioniero con tutti i mezzi di cui disponeva. Tra la sorpresa di agenti e giornalisti non facilmente impressionabili, Houdini cominciò a spogliarsi. Rimasto completamente nudo, sfidò i presenti a dire dove mai avrebbe potuto nascondere chiavi o grimaldelli. A quel punto nessuno sorrideva più: pur essendo nudo come un verme, Houdini aveva qualcosa di sovrumano: la sicurezza di chi sa che può compiere grandi cose. Gli legarono le mani dietro la schiena e gli incatenarono le caviglie. Poi unirono. dieci paia di manette per formare una catena tra le mani e i piedi. Infine lo chiusero in un armadio a muro. Dieci minuti dopo egli ricomparve, sciolto dalle manette che risultavano ancora unite l'una all'altra. Quando la gente lesse sul giornale l'episodio, fu sommersa da un'ondata di commozione.

Clamoroso successo

Con l'inizio del nuovo secolo, Houdini guadagnava 125 dollari la settimana. Ma per i due principali circuiti di varietà, l'Orpheum e il Keith, il suo numero aveva ormai dato tutto quel che poteva dare. Houdini decise perciò di fare come gli altri artisti di varietà prima di lui: acquistare fama in Europa e quindi tornare in America. Il 30 maggio 1900 salpò per l'Inghilterra, dove presentò il suo numero a Dundas Slater, direttore dell'Alhambra, uno dei migliori teatri di varietà di Londra. Ma Slater non ne fu entusiasta. Le assicurazioni di Houdini sul proprio successo non lo interessavano e i certificati dei capi di polizia di San Francisco e di Chicago non avevano molto valore in Inghilterra. Houdini era preparato a questa difficoltà. Prima di partire dall'America si era impratichito perfettamente delle manette inglesi, e dei pochi modelli regolamentari esistenti non ne aveva trovato nessuno difficile da aprirsi. Propose quindi a Slater di parlare con la polizia per ottenere il permesso di esibirsi in una prova dimostrativa. Slater scelse la sede più famosa: Scotland Yard. Il sovrintendente in persona ammanettò Houdini a un palo di ferro, dicendo che sarebbe tornato dopo un paio d'ore per liberarlo. Ma Houdini era libero prima che il sovrintendente giungesse alla porta. Un mese dopo il suo arrivo in Inghilterra da perfetto sconosciuto, Houdini diede il suo primo spettacolo all'Alhambra, presentandosi come il Re delle Manette. Ebbe subito un successo clamoroso e Slater lo impegnò con un contratto a lungo termine. Houdini mantenne vivo l'interesse del pubblico variando il suo repertorio di "evasioni" una settimana dopo l'altra. Dichiarava che avrebbe raccolto qualsiasi sfida, ma non lasciava nulla al caso e si cimentava solo con strumenti di costrizione che aveva sperimentato in precedenza. Per questo passava intere giornate dai fabbri e nei depositi di rottami in cerca di manette particolari e altri mezzi di costrizione. Dagli inizi di luglio alla fine di agosto i suoi spettacoli registrarono sempre il tutto esaurito. Avrebbe potuto fermarsi ancora, ma aveva impegni di lavoro in Germania. Si esibì prima a Dresda, liberandosi dai formidabili ferri alle gambe e dalle manette in uso nelle prigioni di Mathildenstrasse, le cui serrature pesavano da sole 18 chili. Poi andò a Berlino, dove imparò nelle officine dei fabbri i segreti delle robuste serrature tedesche. Divenne tanto abile che a volte queste sembravano aprirsi al suo semplice tocco. In dicembre era di nuovo a Londra, dove il suo numero costituì ancora una volta la maggior attrazione dell'Alhambra. In febbraio fece un giro nella provincia inglese, poi ripartì per la Germania. Intanto, gli illusionisti che davano spettacoli in Germania approfittavano della moda lanciata con le esibizioni di Houdini, e i numeri delle manette spuntavano come funghi in tutto il paese. Houdini era furibondo, perché i suoi imitatori si servivano di manette contraffatte e svilivano quindi il suo numero. Disse a se stesso che se qualcuno doveva trarre vantaggio dal suo successo, quella persona sarebbe stata suo fratello. Theo faceva 1'illusionista con il nome di Hardeen. Houdini gli mandò un telegramma invitandolo a venire in Europa. Poco dopo l'arrivo di Theo in Germania, Houdini inviò a sua madre il denaro per il viaggio in nave dall'America ad Amburgo. Felice di riaverla con sé, Houdini passava ore a raccontarle dei suoi trionfi. Talvolta le posava la testa in grembo mentre lei gli accarezzava i capelli: le premeva l'orecchio sul cuore per riascoltarne il battito rassicurante.

Evasione dalla caldaia

Ora l'America reclamava il suo ritorno. Nei due anni che seguirono, fece il giro di tutti i migliori teatri di varietà, raccogliendo ogni sfida, liberandosi da tutti i mezzi di costrizione che l'inventiva umana poteva escogitare. A volte lanciava lui stesso le sfide, anche se sui cartelloni affissi nelle città in cui si esibiva si leggeva solo che le raccoglieva, com'era tenuto a fare per mantenere intatta la sua reputazione. Tuttavia pretendeva che i vari oggetti che dovevano imprigionarlo fossero fatti in conformità alle sue indicazioni e consegnati al teatro alcuni giorni prima dello spettacolo per essere esposti nell'atrio, dove tutti potevano esaminarli e dove, di notte, Houdini poteva alterare, in modo spesso invisibile, dadi, bulloni e chiodi. Era molto prudente nell'accettare sfide, non solo perché non osava lasciar nulla al caso, ma anche perché non voleva che i numeri mancassero della spettacolarità necessaria ad attirare la gente. Chi altri, se non Houdini, avrebbe potuto escogitare la serie di nuove evasioni che avrebbero stupito l'America nei due anni successivi? A Boston, sul palcoscenico del Teatro Keith's, sei operai muniti di fiamme ossidriche infissero gli ultimi rivetti in una caldaia di ferro. Quando Houdini entrò nella caldaia, il metallo era ancora caldo. Il bordo del coperchio scendeva di qualche centimetro sul lato della caldaia e attraverso questo bordo e la caldaia stessa furono fissate in croce due solidissime sbarre d'acciaio, assicurate da lucchetti esterni. La caldaia fu messa nell'armadietto e l'orchestra cominciò a suonare. Dopo un'ora Houdini usci dalla tenda, sporco di fuliggine e tutto scarmigliato. Il pubblico si chiedeva meravigliato come diavolo avesse fatto; e più ci pensava più cresceva il suo stupore. Ignorava che la caldaia aveva subito alcune modifiche durante la sua esposizione nell'atrio del teatro. Le sbarre d'acciaio duro erano state sostituite con sbarre d'acciaio dolce, d'aspetto identico. Le sbarre originali erano state nascoste nei sostegni metallici cavi dell'armadietto. Houdini per evadere aveva tagliato l'acciaio dolce con un minuscolo seghetto, poi aveva rimesso a posto le sbarre originali e nascosto le altre nei tubi dell'armadietto. Ma agli occhi del pubblico l'evasione si presentò come un miracolo, qualcosa che trascendeva ogni spiegazione razionale. Houdini prese a escogitare nuovi trucchi da eseguire all'aperto, perché le sue prodezze non potevano rimanere confinate in un teatro, ma dovevano spaziare sul più vasto palcoscenico del mondo. Sapeva di dover fare qualcosa di difficile da imitare, e per questo incominciò la sua famosa serie di tuffi dai ponti. Il primo ebbe luogo il 27 novembre 1906 a Detroit: saltò giù ammanettato e si liberò sott'acqua. Nel maggio del 1907 ripeté l'impresa a Rochester, e quindi a Pittsburgh. Houdini si accorse che quel che impressionava la folla era la durata della sua permanenza sott'acqua. Per esercitarsi a prolungarla il più possibile, si fece quindi installare una profonda vasca in casa. Quando arrivò l'estate, poteva trattenere il respiro sott'acqua per un tempo eccezionalmente lungo. Quanto, non si sa esattamente: forse cinque o sei minuti, ma egli dichiarò che il suo limite era di tre minuti. I tuffi entusiasmavano tanto il pubblico, che Houdini decise di continuare anche d'inverno. Per abituarsi a sopportare temperature sempre più basse, rimaneva immerso nella vasca di casa riempita di ghiaccio. Fino a quel momento la sua incessante ricerca di nuove tecniche gli aveva dato un'indiscutibile supremazia sui suoi imitatori; ma le idee per altri tipi di evasione erano destinate a esaurirsi. Verso la metà del 1907 capì che gli occorreva un altro numero simile a Metamorfosi, e cioè un genere di evasione di cui il pubblico non si sarebbe mai stancato. Così inventò l'"Evasione dal bidone d'acqua", che presentò per la prima volta al Teatro Columbia di St. Louis il 27 gennaio del 1908. Il bidone venne collocato al centro di un telo incerato steso sul palcoscenico. Un gruppo di spettatori, invitato da Houdini a ispezionare il bidone, constatò che era fatto di ferro galvanizzato, con tutte le giunture saldate e rivettate, e dotato di un coperchio da sigillare con sei lucchetti. Alto un metro e sette centimetri, aveva la parte superiore curva e un collo cilindrico; di forma era simile a un bidone del latte, ma aveva una capacità sufficiente a contenere un uomo. Houdini annunciò che il bidone sarebbe stato riempito d'acqua e che egli vi si sarebbe immerso. Gli spettatori avrebbero chiuso il coperchio e tenuto le chiavi dei lucchetti. Se qualcuno voleva, poteva fornire i lucchetti da usare. Poi tornò fra le quinte mentre il suo assistente Franz Kukol controllava una fila di uomini che portavano in scena secchi d'acqua. Houdini ricomparve in costume da bagno. Disse al pubblico che un uomo poteva sopravvivere sott'acqua per breve tempo, e che dapprima avrebbe dimostrato quanto egli stesso riusciva a restare sommerso. Invitò gli spettatori a trattenere il fiato cominciando dal momento in cui lui andava sott'acqua. Entrò nel bidone con i piedi. Gli spettatori trattennero il fiato, ma i più dopo un minuto ansimavano e dopo due minuti tutti avevano rinunciato alla prova. Houdini era ancora sott'acqua. Vi rimase per tre minuti prima di riemergere. Poi annunciò che avrebbe tentato di uscire dal bidone con i polsi ammanettati. Uno del pubblico gli mise le manette e Houdini entrò nel bidone. Altri spettatori abbassarono il coperchio sul bidone e lo chiusero con i sei lucchetti. Kukol portò l'armadietto con la tenda per nascondere alla vista il bidone. Un riflettore puntò sull'armadietto mentre l'orchestra incominciava a suonare. Per i primi due minuti gli spettatori non si scomposero. Dopo tre, cominciarono a mormorare con apprensione. Trascorsi altri 30 secondi, l'ansia divenne insopportabile. Finalmente Houdini uscì dall'armadietto grondante acqua. Alle sue spalle il bidone era ancora chiuso. Come aveva fatto? Aveva sollevato la parte superiore del bidone: i rivetti che collegavano le due parti del bidone erano stati manipolati. Non aveva fatto altro che spingere con forza, e la parte superiore, con il collo e il coperchio del bidone, si era staccata insieme con i sei lucchetti. Una volta uscito, Houdini aveva riaccostato le due parti ed ecco che il bidone era riapparso perfettamente chiuso, solido, inattaccabile.

Una morte temuta

Un interrogativo turbava da tempo Houdini, interrogativo che gli si poneva ogni volta che eseguiva Metamorfosi. Era la continua applicazione della tecnica a produrre un effetto in apparenza magico, o non accadeva piuttosto che quella tecnica tanto perfezionata liberasse una forza psichica capace di produrre un vero fenomeno di magia? Ogni volta che capitava a New York, Houdini ne parlava con il suo amico Joe Rinn. Joe era diventato famoso come studioso di parapsicologia e fece un confronto con lo spiritismo. Disse a Houdini che, sebbene non fosse ancora convinto della loro buona fede, alcuni studiosi seri affermavano che in mezzo alla grande quantità di mistificazioni, esistevano anche fenomeni psichici autentici. Con la sua niente razionale, Houdini era portato a considerare assurdo tutto ciò, ma la domanda che lo angustiava rimaneva senza risposta. Intanto dall'Europa gli giungevano inviti a tornare e il 10 agosto 1908 partì con Bess per la Germania. Aveva 34 anni, pesava 72 chili ed era in perfette condizioni fisiche. Doveva esserlo, perché il numero del bidone era il più difficile che avesse mai tentato e spesso lo replicava anche tre volte al giorno. Nel gennaio 1910 partì da Marsiglia per l'Australia. Dopo una tournée in quel continente, attraversò il Pacifico, sbarcò in America e arrivò a New York in luglio, in tempo per festeggiare il sessantanovesimo compleanno della madre. Si trattenne meno di un mese, quindi fece ritorno in Europa. Alla fine dell'estate era di nuovo in America a prepararsi per una tournée autunnale negli stati dell'Est. A novembre, a Detroit, dopo un'esibizione sentì forti dolori all'inguine e cominciò a notare tracce di sangue nell'urina. Continuò il suo giro, ma tre settimane dopo, a Pittsburgh, stava peggio. Un medico gli riscontrò la rottura di un vaso sanguigno in un rene, gli prescrisse completo riposo per alcuni mesi e l'abbandono permanente di tutte le evasioni faticose. Houdini si riposò un paio di settimane, ma in dicembre era di nuovo in attività. Invece di rinunciare ai numeri più faticosi li eseguì con maggior frequenza. L'autunno successivo partì per un'altra tournée in Europa. Fece una breve sosta a Londra per mettere in scena un nuovo numero e poi proseguì per Berlino, dove intendeva evadere per la prima volta dalla "Cassa della tortura cinese", l'impresa più grandiosa che avesse mai tentato. Sul palcoscenico faceva vedere la cassa di mogano con rivestimento metallico. La faccia anteriore era costituita da una lastra di vetro, nel caso fosse stato colto da malore o gli fosse venuto a mancare il coraggio. Il pubblico non voleva certo che annegasse, vero? Se si fosse trovato in difficoltà, gli assistenti avrebbero rotto il vetro per salvarlo. Permise a un gruppo di spettatori di fare una minuziosa ispezione, poi la cassa fu riempita d'acqua. Houdini, in costume da bagno, si sdraiò sul pavimento. Aveva le caviglie strette in ceppi di legno con fermi metallici, tenuti a posto da una massiccia intelaiatura. Questa venne sollevata fin sopra alla cassa. Houdini respirò a fondo più volte, quindi batté le mani per farsi calare. L'intelaiatura che teneva bloccati i ceppi di legno faceva da coperchio alla cassa. Sopra venne fissata una grata di metallo, e i rappresentanti del pubblico chiusero i lucchetti. Gli spettatori potevano vedere Houdini attraverso la lastra di vetro: immerso nell'acqua, a testa in giù, le caviglie immobilizzate, prigioniero e impotente. La cassa fu coperta dall'armadietto con le tende, mentre due assistenti si tenevano pronti ai due lati; avevano in testa elmi da pompieri, indossavano lunghi impermeabili neri, calzavano stivali di gomma e impugnavano due asce. L'orchestra cominciò a suonare. Passò un minuto, poi due. Il pubblico era teso. Due minuti e mezzo. Tre. Ci furono mormorii d'allarme. Come accadeva con il numero del bidone pieno d'acqua, c'era la sensazione di una gara con il tempo, ma questa volta il pericolo era incomparabilmente maggiore. Non solo Houdini era ermeticamente chiuso sott'acqua, ma era anche a testa in giù, imprigionato dai ceppi di legno. La vulnerabilità della sua posizione era terrificante. Alcuni spettatori davano segni di isterismo. Houdini sarebbe certamente annegato, se non era già morto. Qualcuno gridò di salvarlo. Gli assistenti alzarono le asce, ma proprio in quell'istante Houdini ricomparve da dietro la tenda. Dietro di lui la cassa era vuota e intatta, ermeticamente chiusa. Il pubblico esplose in un applauso di sollievo e di gioia, in preda ad ammirato stupore. Nell'estate del 1913 Houdini interruppe la tournée europea per due settimane di spettacolo a New York, soprattutto perché era l'unica occasione di vedere sua madre quell'anno. La donna aveva 72 anni ed era molto debole. L'8 luglio Houdini ripartì per l'Europa e la madre andò a salutarlo alla banchina del porto. Houdini la tenne stretta a sé, abbracciandola e baciandola. Poi salì sulla passerella, ma tornò indietro per abbracciarla di nuovo. Non si decideva a lasciarla, e alla fine fu lei ad allontanarlo con dolcezza. Nove giorni dopo, a Copenaghen, gli consegnarono un cablogramma. Lo lesse e cadde a terra svenuto. Sua madre era morta.

Il messaggio non detto

Houdini tornò subito in patria, dove Theo gli raccontò le ultime ore della madre. Era stata colpita da paralisi, e la notte seguente, mentre i familiari la vegliavano, aveva cercato di dire qualcosa da comunicare a Houdini, ma le parole non le erano uscite dalle labbra. Era morta a mezzanotte e un quarto. Houdini pensò che quel messaggio doveva riguardare una crisi familiare scoppiata poco prima della sua partenza per l'Europa. Sadie, la moglie di suo fratello Nat, aveva lasciato il marito per sposare un altro fratello di Houdini, Leopold, e la famiglia aveva giudicato quell'atto un orribile peccato. Houdini voleva molto bene a Leopold, ma non se la sentiva di perdonarlo. Aveva detto a sua madre che si sarebbe fatto guidare da lei, ma era morta prima di dirgli come comportarsi. Voleva invitarlo a perdonare il fratello? Che cosa aveva cercato di dire? Forse PERDONA? Quel mistero non gli dava pace. Andava spesso sulla tomba della madre, talvolta a mezzanotte e un quarto, l'ora della sua morte. Si sdraiava, le braccia intorno alla tomba, il viso premuto contro la nuda terra. Poi le parlava, implorandola di dirgli le sue ultime parole. Di notte Bess lo sentiva invocare più volte la madre. Allora lo prendeva tra le braccia e lo consolava. Gli ricordava i giorni felici che avevano avuto da quando si erano conosciuti a Coney Island. Lei e la sua partner avevano cantato una canzone molto popolare quell'estate e Bess gliela cantava in quei momenti:

Rosabelle, mia dolce Rosabelle
T'amo più di quanto dica il cuore
Tu m'hai fatto un incantesimo d'amore
E io t'amo, mia dolce Rosabelle.

Era la canzone che Houdini preferiva. Ne aveva fatto incidere le parole all'interno dell'anello nuziale della moglie e la cantava spesso a Bess. Bess lo aiutò a tornare a una sorta di normalità, e alla fine di agosto poté riprendere la tournée in Europa. L'ultima cosa che fece prima di partire da New York fu di pregare sulla tomba della madre. Doveva continuare a lavorare. Benché avesse guadagnato molto, non aveva messo nulla da parte. Sapeva di non poter eseguire per molto tempo ancora le sue faticose evasioni, perché non aveva più la vitalità di un tempo. A giudizio di Bess, non era più lo stesso da quando gli era morta la madre. Di notte lei si svegliava e lo sentiva chiedere: "Mamma, sei qui?" Gli sembrava che fosse tornata, ma non era così. Si chiedeva se sarebbe mai riuscito a mettersi in contatto con lei. Le uniche persone che lo credevano possibile erano quelle che praticavano lo spiritismo, ma a suo parere, tutti i medium che aveva conosciuto erano impostori. Il suo desiderio di comunicare con la madre ebbe però il sopravvento sulla ragione, ed egli giurò che se fosse esistito un medium autentico, lo avrebbe trovato anche in capo al mondo. Ebbe così inizio la sua strana ricerca. Partecipava alle sedute spiritiche con un'espressione ansiosa e rapita sul volto. Anche dopo numerose delusioni, ogni volta che insieme con Bess andava da un nuovo medium, chiudeva gli occhi e si univa con fervore all'inno che dava inizio alla seduta. Questa proseguiva con i soliti messaggi banali e i trucchi di sempre. Allora la sua espressione rapita scompariva e Bess si sentiva stringere il cuore per lui. Talvolta era tentata di suggerire al medium la parola che egli desiderava tanto udire, PERDONA. Ma non poteva tradire la fiducia del marito, e durante la notte lo sentiva sussurrare: "Mamma, non ti ho sentito." Comunicare con gli spiriti divenne per lui un'ossessione. Aveva cominciato a far strani patti con gli amici: chi moriva per primo avrebbe cercato di mettersi in contatto con l'altro. Inventò codici segreti e strette di mano che, se riprodotti dai medium, avrebbero dato la prova di essere autentici tentativi di comunicazione. Il patto più solenne lo strinse con Bess. Avevano deciso che il primo dei due che fosse morto avrebbe inviato un messaggio in codice composto di dieci parole. La prima era ROSABELLE, che aveva per entrambi un significato tanto particolare. Le altre nove parole rappresentavano ciascuna un numero che a sua volta corrispondeva a una lettera dell'alfabeto. L'intero messaggio decodificato era: ROSABELLE CREDERE. Houdini sentiva che sarebbe morto per primo, ed era deciso a tornare sulla terra, se c'era questa possibilità. Avrebbe dimostrato in maniera inconfutabile che era possibile comunicare con l'aldilà e nessuno avrebbe più potuto dubitarne. Cambiamento di vita Nel Dicembre 1919 partì per una tournée in Inghilterra, paese che trovò in sintonia con il proprio morboso stato d'animo. La guerra aveva privato dei loro cari innumerevoli persone. La perdita di tante vite umane aveva risvegliato l'interesse per lo spiritismo. Famose personalità vi si dedicavano e molti ne scrivevano. Tra questi il più autorevole, che esercitò forse la maggiore influenza sul pubblico, fu lo scrittore sir Arthur Conan Doyle, che esponeva le sue convinzioni al limite del fanatismo. Non si accostava all'argomento con la mente logica e analitica del suo celebre personaggio, Sherlock Holmes. Secondo Doyle, la ragione non aveva nulla a che vedere con lo spiritismo: il fenomeno era una verità rivelata. Houdini scrisse a Doyle. Si conobbero e simpatizzarono all'istante. Houdini volle chiarire subito con grande franchezza la sua posizione nei confronti dello spiritismo: era scettico, ma disposto a cambiare opinione, se avesse trovato un medium in buona fede. Doyle gli assicurò che le prove non gli sarebbero mancate. Durante la sua permanenza di sei mesi in Inghilterra, Houdini partecipò a un centinaio di sedute, durante le quali i medium trasmettevano i soliti vaghi messaggi da parte di sua madre. Ma nessuno si avvicinò minimamente alle parole che lui si aspettava o che avessero la parvenza dell'autenticità. Mentre Houdini girava per la sua tournée, Doyle ne seguiva le prodezze sui giornali e non si stancava di leggere le sue prodigiose evasioni dalla cassa della tortura cinese e da altri marchingegni. Houdini gli aveva assicurato che si liberava con mezzi naturali, ma Doyle cominciava a dubitarne. Scrisse a Houdini chiedendo perché cercasse la dimostrazione di un fenomeno soprannaturale quando lui stesso dava di continuo prove della sua esistenza. Lo implorò di considerare che forse la ragione per cui gli veniva negata la prova della comunicazione con gli spiriti dipendeva dal fatto che non usava il suo meraviglioso potere in maniera corretta. Houdini ingannava il suo pubblico quando gli chiedeva di considerare una straordinaria manifestazione di potere miracoloso alla stregua di un abile trucco e nulla più. Senza saperlo, Doyle aveva toccato un punto dolente che aveva turbato Houdini durante la sua vita professionale. Il 3 luglio Houdini s'imbarcò per l'America. Giunto l'autunno, il suo interesse predominante era diventato lo smascheramento di medium. Teneva conferenze presso organizzazioni civiche dicendo al pubblico che nessuno conosceva l'argomento più di lui. Com'era nel suo costume, lanciò una sfida ai medium, dichiarando che avrebbe pagato 5000 dollari se non fosse riuscito a riprodurre tutti i loro fenomeni spiritici. Di colpo lo spiritismo tornò a far notizia. C'era da far soldi e la moda veniva sfruttata per tutto quello che valeva. La direzione della rivista Scientific American decise di condurre un'inchiesta su fenomeni paranormali e offrì un premio di 2500 dollari per una manifestazione tangibile di natura psichica fatta sotto il controllo scientifico. Fu nominata una commissione di scienziati e di studiosi di parapsicologia per valutare i concorrenti. Il posto riservato all'illusionista fu occupato da Houdini. Quando lo invitarono a far parte di questa commissione, Houdini aveva firmato un contratto per una tournée di sei mesi nel West americano. Era però deciso a prestare la sua opera e promise di rinunciare ai suoi spettacoli ogni volta che bisognava valutare un caso. Lo fece due volte. La prima, la commissione aveva già dimostrato che il medium era un mistificatore. Ma Houdini ne diede notizia alla stampa con una dichiarazione che lasciava intendere che fosse stato lui a smascherare il medium. La commissione si ritenne offesa dal suo comportamento, perché aveva dato prova di credere che gli altri membri della commissione, a differenza di lui, potevano esser tratti in inganno. La seconda volta Houdini probabilmente risparmiò ai suoi colleghi di farsi abbindolare da un impostore. Ma anche in quel caso sembrò più interessato a far sfigurare la commissione che a smascherare i falsi medium. Il corso della sua vita era completamente cambiato. Nel febbraio 1924 si impegnò a tenere 24 conferenze in tutta l'America. Aveva trovato quel che aveva desiderato tutta la vita: un ruolo da sostenere davanti al mondo intero, qualcosa da fare per l'umanità. Ma Houdini conferenziere non dimenticava di essere un uomo di spettacolo. Come sempre eseguiva le sue prodezze e le sue evasioni per attirare la folla. Le conferenze stesse erano un'irresistibile mescolanza di lezioni e di spettacolo. Non solo spiegava come i medium ottenessero i loro effetti, ma li riproduceva lui stesso: tavoli che levitavano, strumenti musicali che suonavano, messaggi che comparivano su lavagne, tutto senza apparente intervento dell'uomo. Il pubblico ne era entusiasta.

"Houdini è condannato!"

Così Houdini divenne la bestia nera di tutti i medium che lo detestavano e lo temevano. Sostenevano che tormentava gli spiriti immortali e che sarebbe stato colpito da un'orrenda punizione. In Inghilterra, Doyle aveva ricevuto questo messaggio: "Houdini è condannato!" Anche Houdini aveva un presentimento di imminente disastro. Partendo per la sua tournée, nel settembre del 1926, era convinto di essere prossimo alla fine. Invece, il 7 ottobre, fu Bess ad ammalarsi. La diagnosi fu intossicazione alimentare. Houdini fece venire da New York un'infermiera che l'aveva già assistita in precedenza. L'8 ottobre rimase al capezzale della moglie tutta la notte. Sabato 9 Bess era abbastanza ristabilita da poter viaggiare con la compagnia fino ad Albany. Tranquillo per la presenza dell'infermiera accanto alla moglie, Houdini andò a New York per un breve impegno di lavoro. Tornò lunedì e rimase vicino a Bess fino all'ora di recarsi a teatro. Non dormiva da tre notti. Nella seconda parte dello spettacolo, mentre si preparava all'evasione dalla cassa della tortura cinese, fu colto da improvvisa stanchezza; ma lasciò che Collins gli mettesse i ceppi di legno e lo sollevasse in alto. I ceppi si mossero con uno scatto e Houdini avvertì un dolore lancinante alla caviglia sinistra. Venne calato sul pavimento e liberato dai ceppi. Si era fratturato la caviglia. Il medico gli suggerì di andare subito all'ospedale, ma Houdini rifiutò. Si fece fasciare la caviglia e tornò zoppicando in scena per continuare la rappresentazione. Dopo, all'ospedale, lo ingessarono e gli consigliarono di rinunciare ai suoi spettacoli, ma Houdini non aveva nessuna intenzione di farlo. Quella notte, non riuscendo a dormire dal male, si costruì un sostegno per la gamba in modo da arrivare alla fine di quella settimana. La domenica la compagnia partì per Montreal e lunedì 18 esordì al Teatro Princess. La caviglia gli doleva ancora molto. Houdini non si concesse riposo. Il martedì pomeriggio tenne una conferenza alla McGill University sulle truffe nello spiritismo. Al termine fu circondato da una folla di studenti entusiasti. Uno di loro, Samuel Smiley, gli mostrò un ritratto a matita che gli aveva fatto durante la conferenza. Houdini lo giudicò somigliantissimo e invitò Smiley ad andare a teatro dietro le quinte per eseguire altri ritratti. Nel pomeriggio di venerdì 22, Smiley e un suo compagno di studi, Jack Price, si recarono in camerino dove Houdini, seduto su un divano, leggeva la posta. Smiley cominciò a ritrarlo. Bussarono ed entrò un altro studente, Gordon Whitehead, che cominciò a chiedere a Houdini cosa pensasse dei miracoli descritti dalla Bibbia. Houdini, occupato con la posta, rispose in maniera vaga. Whitehead continuò con le sue domande e gli chiese se era vero che poteva incassare violenti pugni allo stomaco senza soffrirne. Houdini rispose di sì purché, avvertito, avesse potuto prepararvisi. Whitehead gli chiese se se la sentiva di prendere qualche pugno a titolo di prova. Houdini stava per alzarsi dal divano, quando Whitehead gli sferrò un pugno improvviso allo stomaco con tutta la sua forza. Houdini fece una smorfia di dolore. Whitehead lo colpì ancora tre volte, come un ossesso. Smiley e Price dovettero intervenire per trascinarlo via di peso. Prima di sera i dolori di stomaco si fecero acutissimi e Houdini eseguì il suo spettacolo soffrendo molto, ma pensando che si trattasse di semplici dolori muscolari. La notte non chiuse occhio. Il giorno dopo, sabato, riuscì a portare a termine lo spettacolo del pomeriggio e quello della sera. Dopo la rappresentazione, la compagnia prese il treno per Detroit dove si sarebbe fermata due settimane. Appena il treno si mise in marcia, Houdini non riuscì più a nascondere il dolore. Raccontò alla moglie dei pugni ricevuti e l'infermiera di Bess gli misurò la temperatura: quasi 39. Un medico di Detroit gli diagnosticò un'appendicite acuta e chiamò un'ambulanza. Ma Houdini si rifiutò di andare subito all'ospedale: il teatro era tutto esaurito ed egli non voleva deludere il pubblico. Quel che gli costò un simile sforzo nessuno lo seppe mai, ma mandò avanti lo spettacolo come sempre. Alle tre del mattino lo portarono all'ospedale Grace, e nel pomeriggio fu operato. Ma la peritonite causata dall'appendicite perforata era a uno stadio molto avanzato e i medici non gli davano più di 2 ore dì vita. Per una settimana lottò con la morte, smentendo la prognosi dei medici. Ma la domenica mattina era allo stremo. Afferrò la mano di Bess e se la portò al cuore. Le fece ripetere la loro solenne promessa, che chi fosse morto prima avrebbe cercato di tornare tra i vivi e rievocò con lei le parole del messaggio che avevano convenuto, ROSABELLE, seguito dalle parole in codice che significavano CREDERE. Le disse che quando avesse sentito quelle parole, avrebbe saputo che era lui a parlare. Bess, malata com'era, rimase al capezzale del marito tutta la mattina, finché sentì che la fine era prossima. Si chinò su di lui e lo tenne abbracciato. Egli non poteva parlare, ma teneva lo sguardo fisso sul volto della moglie. Poi chiuse gli occhi e spirò. Erano le 13.26 del 31 ottobre, la vigilia di Ognissanti, la notte in cui, secondo la tradizione di alcuni paesi, gli spiriti dei defunti tornano sulla terra.

Il mistero che perdura

Nella quiete della loro casa, Bess aspettava. Ogni domenica, all'ora in cui l'anima di Houdini aveva lasciato il corpo si raccoglieva in preghiera. Sempre a quell'ora, partecipava a sedute spiritiche. Qualche volta i medium trasmettevano dei messaggi oppure parlavano con la sua voce, ma nessuno diceva le parole in codice. Trascorsero 15 mesi. Il numero dei messaggi diminuì e così pure la speranza di Bess. Poi, l'8 febbraio 1928, si verificò un evento straordinario. Un medium di nome Arthur Ford stava tenendo una seduta con un gruppo di amici e il suo spirito guida si presentò come un certo David Fletcher. Ford cadde in trance e Fletcher annunciò di avere accanto a sé una donna a lui sconosciuta. La donna disse di essere la madre di Houdini e che per anni suo figlio aveva atteso da lei una parola. La parola era PERDONA. Chiese che fosse comunicata a Bess, la quale ne avrebbe confermato la veridicità. La porta tra Bess e Houdini era stata aperta. Per tenerla aperta, Ford, insieme con un gruppo di amici, iniziò una serie di sedute. Per nove mesi non accadde nulla. Poi, in novembre, arrivò la prima parola in codice, ROSABELLE. Per completare l'intero messaggio occorsero otto sedute. Le parole giungevano a David Fletcher, lo spirito guida, una per volta e in una sequenza piuttosto incerta. Infine, durante la seduta del 5 gennaio 1929, egli annunciò di avere la sequenza esatta. Le parole erano quelle stabilite da Houdini. L'8 gennaio, Bess era ancora una volta in seduta con Ford. Il marito le parlava direttamente e le diceva che il messaggio che voleva trasmetterle era ROSABELLE CREDERE. La notizia giunse in tempo per essere pubblicata sui giornali del pomeriggio e fu trasmessa in tutto il mondo. Houdini era tornato! Era ancora vivo! La vita nell'aldilà e la possibilità di comunicare con gli spiriti erano state provate oltre ogni dubbio! Udita la notizia, Joe Rinn fu sicuro che si trattasse di un imbroglio e come tale andava smascherato. Bess credeva all'autenticità delle sedute di Ford, perciò Rinn e altri amici di Houdini le ricordarono alcuni particolari che nella sua commozione aveva ignorato. Il messaggio della madre di Houdini a Ford conteneva la parola chiave PERDONA, ma il quotidiano Eagle di Brooklyn del 3 marzo 1927, un anno prima della seduta di Ford, aveva citato una dichiarazione di Bess secondo la quale ogni autentica comunicazione da parte della madre di Houdini avrebbe dovuto comprendere quella parola. Forse Ford lo aveva letto. Le dissero anche che le parole in codice erano state rese note in una biografia di Houdini pubblicata l'anno prima con la collaborazione di Bess. Bess ammise di aver dimenticato quelle cose. Il 10 gennaio, due giorni dopo la seduta, il Graphic di New York dichiarò che il messaggio di Houdini era falso. Un giornalista aveva saputo le parole in codice 24 ore prima della seduta. Ford alla fine ammise di conoscere Bess da qualche tempo. Avevano in programma un giro di conferenze finanziato da lui e per il quale Bess aveva fornito il codice come suo contributo nell'affare. Da principio Bess negò decisamente, affermando di non aver mai tradito la fiducia di Houdini. In seguito però finì con lo sconfessare il messaggio di Ford come aveva già fatto con tutti gli altri. Passarono gli anni e Bess partecipava a una seduta ad ogni anniversario della morte di Houdini. L'ultima fu il 31 ottobre 1936, il decimo anniversario. Morì l'11 febbraio 1943. Fino all'ultimo continuò a sostenere di non aver mai stabilito alcuna comunicazione con Houdini. Nel libro A Magician Among the Spirits (Un mago tra gli spiriti) Houdini dichiarava: "Forse deciderò di svelare i miei segreti. Ma spero invece di portarli nella tomba dal momento che non sono di alcun vantaggio per l'umanità, mentre se dovessero essere utilizzati da individui poco onesti potrebbero diventare molto dannosi." Da queste e altre dichiarazioni di Houdini nacque la convinzione che i suoi segreti fossero periti con lui. Ma non era così. Alcuni anni dopo la sua scomparsa, molti erano già noti. A divulgarli era stato Walter Gibson, uno scrittore che si occupava di magia e argomenti analoghi. Grande amico di Houdini, si era dedicato alla pubblicazione di alcuni suoi scritti. Quando Houdini era morto, Gibson stava preparando alcuni volumi sulla magia che sarebbero usciti con il nome di Houdini. Nella sua prefazione al libro Houdini on Magic (Houdini parla della magia), Gibson affermò che dopo la sua morte gli avvocati di Houdini gli avevano consegnato "una gran quantità di materiale che Houdini aveva messo da parte nel corso degli anni, dichiarando specificatamente che un giorno avrebbe dovuto essere pubblicato". Con quel materiale Gibson aveva completato i due libri Houdini's Escapes e Houdini's Magic, apparsi poi anche in Italia con il titolo Houdini il mago (Editoriale Corno). In seguito sono stati scritti altri libri e numerosi articoli sullo stesso argomento. Data l'entità della documentazione, si potrebbe pensare che ormai il mistero di Houdini sia stato svelato. Ma non è così. Molti rifiutano ancora di spiegare le sue prodezze con le leggi della fisica. Il fascino e il mistero non sono mai venuti meno. La gente trova quelle imprese troppo singolari e ingegnose. Anzi, le spiegazioni hanno semmai rafforzato la convinzione di coloro che hanno visto in Houdini poteri soprannaturali. E, dopo tutto, chi può sapere la verità? Lasciamo che sia Bess ad avere l'ultima parola in merito. Il 16 dicembre 1926, scrivendo a Conan Doyle, affermava: "Non ha portato con sé nessun segreto. Chi ha lavorato con lui sa come venivano eseguiti i suoi trucchi, anche se ignora dove e in quale modo i vari congegni e meccanismi erano nascosti. Il vero mistero era Houdini in persona."1

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1 Raymund FitzSimons, Death and the Magician, Atheneum Publisher, New York, 1980

 

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