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giovedì, 21 settembre 2017

Quadri e cuori rosso violetto

di Janne Teller
pubblicato il 10 giugno 2012

Il fratellino di Elise era morto a soli due anni. […] Avremmo dovuto disseppellire la sua bara.

[…] «Dobbiamo essere in sei» disse Ole imperturbabile. «Quattro scaveranno a turno e due faranno la guardia.»

Ci guardammo. Nessuno si offrì volontario.

«Tiriamo a sorte» disse Ole.

Discutemmo a lungo su come tirare a sorte. Alla fine decidemmo di usare le carte, e i quattro che avessero pescato le carte più alte sarebbero andati al cimitero. Sì, bastava tirarne a sorte quattro, perché era chiaro che Ole ed Elise sarebbero stati gli altri due.

Mi offrii di fare una corsa fino a casa per prendere un mazzo di carte, ma si stava facendo tardi e decidemmo di rimandare l’estrazione al giorno dopo. In compenso l’esumazione doveva aver luogo già la sera successiva. A meno che non piovesse.

Giocare a carte mi è sempre piaciuto, e ho sempre avuto tanti mazzi diversi. Finito di mangiare quella sera andai in camera mia, chiusi la porta e tirai fuori tutti i miei mazzi di carte.

Cerano quelle classiche, con i disegni rossi e blu, ma non andavano bene. Poi c’erano le carte in miniatura che neppure mi sembravano adatte. Né quelle con la testa di cavallo sul retro, quelle con i pagliacci o quelle in cui i fanti e i re somigliavano a sultani arabi. Alla fine rimase solo un mazzo. Questo in compenso mi sembrava perfetto, perché il dorso delle carte era nero con un sottile bordo dorato, e poi non le avevo quasi mai usate, perciò il bordo era intatto e lucente. Erano loro.

Rimisi a posto gli altri mazzi e sparpagliai le carte con il bordo dorato sulla scrivania. Le esaminai a lungo una a una. Avevano qualcosa di sinistro, e non solo per le regine che somigliavano a streghe e i re dagli occhi penetranti, nemmeno per le picche troppo nere e i fiori che parevano artigli, ma per i quadri e i cuori d’un rosso violetto che più di tutto mi facevano pensare proprio a quello a cui non volevo pensare.

O forse stavo diventando solo un po’ instabile al pensiero della bara del piccolo Emil che doveva essere tirata fuori.

Fuori. Dentro. E litri di qualcosa a cui non volevo pensare.

Avevo due possibilità.

Potevo prendere un due dal mazzo, infilarmelo in tasca e poi in un modo o nell’altro scambiarlo con la carta che avrei pescato il giorno dopo. Oppure potevo fare un segno su un due, per riconoscerlo al momento di pescare una carta, ma in modo che gli altri non notassero niente.

Anche se non sapevo come avrei fatto a segnare la carta senza che gli altri se ne accorgessero, scelsi la seconda possibilità. Perché se qualcuno avesse deciso di contare le carte prima che tirassimo a sorte mi avrebbero scoprto subito. Era più sicuro segnarle.

Dopo lunghe riflessioni raschiai il bordo dorato ai quattro angoli del due di picche. Per sicurezza feci la stessa cosa con gli altri tre due. Con un po’ di buona volontà poteva sembrare un’imperfezione casuale, e così ora ero al sicuro. Non sarei stata io a dover disseppellire la bara del fratellino di Elise, in piena notte.1

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1 Tratto da Janne Teller, Intet, Copenhagen 2000 (trad.it. Niente, Feltrinelli, Milano 2012, pp.41-44.)

 

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