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sabato, 18 novembre 2017

"L'esperienza della Magia" di Ferdinando Buscema a Vicenza

di Rosarita Crisafi
pubblicato il 16 marzo 2011

Stupore, magia, meraviglia. Un programma di sala che promette emozioni forti attraverso l'arte antica della prestigiazione raccontata in forma moderna. Impossibile non essere scettici ed interpretare come un eccesso di autoreferenzialità la presentazione dello spettacolo "L'esperienza della magia" di Ferdinando Buscema, di scena l'altra sera allo Spazio Bixio di Vicenza.

Ma a fine show le promesse della presentazione non appaiono per nulla pretestuose, sembra anzi sia proprio l'effetto voluto dal performer, quello di suscitare nello spettatore, una sorta di pregiudizio percettivo per poi insinuarvisi delicatamente fino a portarlo a vivere l'esperienza della meraviglia.

Ferdinando compare in scena quasi in sordina, senza lustrini, papillon e paillettes, solo una giacca in velluto nero da moderno dandy, camicia bianca, jeans scoloriti ed un paio di Camper in vernice, quasi una versione "da sera" dell'abbigliamento di Steve Jobs, lontano dall'immagine un po' kitsch del prestigiatore tipo a cui l'immaginario televisivo ha abituato il pubblico italiano.

Nel "tempo di volo" di poco più di un'ora Ferdinando trasporta lo spettatore senza mezzi appariscenti ma solo con la forza della sua presenza in un viaggio affascinante a metà strada tra il magico ed il reale. Costruisce attorno ai giochi presentati un racconto che attraversa filosofia, miti, archetipi, storie vere e fantastiche, esoterismo, moderna tecnologia e che sollecita le percezioni ed il sentire di ciascuno rispetto alla vita.

Sono proprio i piccoli miracoli della fantasia e dell'immaginazione, uno spostamento del confine tra mondo reale ed immaginario che Ferdinando evoca con la sua arte magica. E fa appello, ne corso dello spettacolo, a tutti gli strumenti necessari per accedere alla parte inconscia di ciascuno e ad evocare gli elementi che nella vita possono indurre lo stato di meraviglia.

All'uscita da teatro il messaggio che rimane, anche al più disincantato degli spettatori, è quello di una possibilità di poter vedere "oltre" le proprie percezioni, uno stimolante seme che potrebbe germogliare con risultati imprevedibili in chi saprà cogliere la provocazione.

Sembra che senso di un "mago" nel ventunesimo secolo sia proprio questo, la capacità di connettere ciascuno di noi con la parte di universo che non riusciamo a percepire, la chiave della porta di ingresso nei territori del mistero, un'occasione per farci cambiare sguardo nei confronti del mondo, di offrire visioni nuove ed intuizioni sulla realtà, di far ritrovare la curiosità e lo spirito pionieristico della ricerca interiore e del proprio potenziale. Un invito a gettare uno sguardo oltre lo specchio, forse é proprio questa la missione intrapresa da Ferdinando che, con la sua magica rete di abili gesti e parole evocative, ci riesce perfettamente.

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