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mercoledì, 19 dicembre 2018

"L'enigma dell'universo e la sua soluzione" (Christopher Cherniak)

di mariano tomatis
pubblicato il 3 maggio 2006

Abbiamo preparato questa relazione per fornire informazioni più dettagliate in merito alla recente conferenza stampa del Presidente sul cosiddetto "Enigma". Ci auguriamo che essa contribuisca a fugare il diffuso malessere, colorato a volte di panico, che si è recentemente tradotto in dissennate richieste di chiusura delle università. La nostra relazione è stata preparata in fretta; per di più, come sarà descritto più avanti, il lavoro ha subito interruzioni dovute a circostanze tragiche.

Cominceremo con un breve riepilogo delle vicende iniziali meno note riguardanti l'Enigma. Il primo caso giunto a conoscenza è quello di C. Dizzard, ricercatore presso il Gruppo di Autotomia del MIU. In precedenza Dizzard aveva lavorato per una serie di piccole ditte specializzate nell'elaborazione di software di IA per applicazioni commerciali. Il progetto di cui si occupava in quel momento riguardava l'impiego del calcolatore per la dimostrazione dei teoremi, sulla falsariga della dimostrazione del teorema dei quattro colori ottenuta negli Anni Settanta. Lo stato di avanzamento del progetto di Dizzard è noto solo da un rapporto fatto a un anno dal suo inizio; rapporti simili, tuttavia, sono spesso destinati solo a un uso esterno. Non intendiamo discutere più a fondo l'area di lavoro di Dizzard. Le ragioni di questa reticenza saranno chiare tra breve.

L'ultima volta che Dizzard parlò fu la mattina del giorno precedente le vacanze pasquali, mentre aspettava che venisse riattivato il calcolatore dopo una delle solite cadute del sistema. La sera di quello stesso giorno, verso la mezzanotte, alcuni colleghi videro Dizzard al terminale del suo ufficio; lavorare di notte è prassi comune fra gli utenti dei calcolatori ed era noto che Dizzard spesso dormiva in ufficio. Il pomeriggio successivo un collaboratore lo vide seduto al suo terminale. Gli rivolse la parola, ma Dizzard non rispose, fatto non insolito. La prima mattina dopo le vacanze, un altro collega trovò Dizzard seduto con gli occhi aperti davanti al terminale acceso. Sembrava sveglio, ma non rispose alle domande. Lo stesso giorno, più tardi, il collega cominciò a preoccuparsi dell'assenza di reazioni da parte di Dizzard e tentò di scuoterlo da quello che riteneva una momentanea assenza o uno stato di stupore. Essendo risultati vani tutti i tentativi, Dizzard fu trasportato all'ospedale e messo nel reparto di rianimazione.

Dizzard presentava i sintomi di un'astinenza da cibo solido e liquido durata una settimana (aggravata da una denutrizione secondaria causata da una dieta a base di cibo distribuito dalle macchine a gettoni); era in condizioni critiche di disidratazione. Se ne dedusse che non si muoveva da parecchi giorni e che questa immobilità era conseguenza di un coma o di uno stato di trance. L'ipotesi iniziale fu che la paralisi di Dizzard fosse stata causata da un infarto o da un tumore. Gli elettroencefalogrammi, tuttavia, rivelarono soltanto un coma profondo. (Dalla scheda sanitaria di Dizzard risultava un breve ricovero in una casa di cura dieci anni prima, incidente non raro in certi ambienti). Dizzard morì due giorni dopo, apparentemente in seguito al digiuno. L'autopsia fu ritardata dalle obiezioni dei parenti prossimi, membri di una setta scismatica del culto dei neo-Jemimakin. L'esame istologico del cervello di Dizzard non ha finora rivelato alcun danno; ulteriori analisi sono in corso presso il Centro nazionale per il Controllo delle Malattie.

Il direttore del Gruppo di Autotomia affidò il progetto di Dizzard a una delle specializzande che lavoravano con lui, in attesa che ne fosse deciso il futuro. Il pavimento dell'ufficio di Dizzard era coperto da libri e carte varie per uno spessore di una trentina di centimetri; la specializzanda impiegò un mese solo per riordinare quel materiale secondo un primo criterio generale. Qualche giorno dopo, nei corso di una riunione, la giovane riferì di aver cominciato a lavorare all'ultimo progetto di Dizzard e di non avervi trovato dati di particolare interesse. Una settimana più tardi fu trovata seduta davanti al terminale dell'ufficio di Dizzard in uno stato di apparente stupore.

All'inizio vi fu un certo imbarazzo, poiché si pensò che la giovane avesse inscenato uno scherzo di cattivo gusto. Teneva gli occhi fissi davanti a sé e respirava normalmente. Interrogata o scossa non reagiva e anche rumori molto forti non le provocavano alcun trasalimento. Quando una scossa più forte la fece cadere dalla sedia, fu ricoverata in ospedale. Il neurologo che la visitò non era al corrente del caso di Dizzard. Egli riferì che le condizioni fisiche della paziente risultavano buone, tranne che per un'anomalia della ghiandola pineale fino ad allora non diagnosticata. Dopo che gli amici della giovane ottennero informazioni dai membri del Progetto Autotomia, i genitori della stessa riferirono al medico curante quanto era accaduto a Dizzard. Il neurologo, benché consapevole della difficoltà di un confronto tra i due casi, fece notare l'esistenza in entrambi di un coma profondo in assenza di lesioni cerebrali riscontrabili; i sintomi della specializzanda non erano riconducibili ad alcuna sindrome conosciuta.

Dopo altri consulti, il neurologo avanzò l'ipotesi che la malattia fosse causata da un agente patogeno ad azione lenta simile a quello della malattia del sonno, trasmesso dagli oggetti appartenuti a Dizzard, e forse sconosciuto, come nel caso della "malattia del legionario". Due settimane dopo, gli uffici di Dizzard e della sua specializzanda furono messi in quarantena. Di lì a due mesi, non essendovi stati altri casi e avendo le colture dato solo falsi allarmi, la quarantena fu tolta.

Quando si scoprì che i bidelli avevano buttato via parte degli appunti di Dizzard, un ricercatore e altri due specializzandi decisero di riesaminare gli archivi del suo progetto. Il terzo giorno gli specializzandi notarono che il ricercatore era caduto in uno stato simile alla trance: non rispondeva e non reagiva neppure ai pizzicotti. Non essendo riusciti a scuoterlo, gli specializzandi chiamarono un'ambulanza. Il nuovo paziente presentava gli stessi sintomi del caso precedente. Cinque giorni dopo, la commissione sanitaria municipale ordinò la quarantena per tutti gli ambienti collegati al Progetto Dizzard.

Il mattino seguente tutti i membri del Gruppo di Autotomia rifiutarono di entrare nell'edificio dove si svolgeva la ricerca. Qualche ora più tardi la notizia dei problemi del Progetto Autotomia era giunta agli altri ricercatori che occupavano lo stesso piano; in breve si diffuse anche fra le altre cinquecento persone che lavoravano agli altri piani, tutti abbandonarono l'edificio. Il giorno seguente il quotidiano locale pubblicò un pezzo dal titolo "La peste da calcolatore". In un'intervista un celebre dermatologo avanzò l'ipotesi che si fosse sviluppato un virus o un batterio, una specie di pidocchio del calcolatore, che metabolizza materiali di nuova fabbricazione impiegati nei calcolatori, probabilmente il silicio. Altri congetturarono che i grandi calcolatori del Progetto Autotomia emettessero radiazioni di tipo speciale. Fu citato il direttore del Gruppo di Autotomia: quelle malattie erano una faccenda che riguardava la salute pubblica e non solo gli scienziati cognitivisti.

Allora il sindaco della città sollevò l'accusa che nell'edificio si svolgevano ricerche segrete finanziate dall'esercito riguardanti il DNA ricombinante, e che a esse si doveva l'epidemia. Le veridiche smentite opposte all'accusa del sindaco vennero accolte con comprensibile incredulità. Il consiglio comunale chiese che tutti i dieci piani dell'edificio e la zona circostante venissero messi subito in quarantena. L'amministrazione universitaria dichiarò che ciò sarebbe stato un ostacolo al progresso della scienza ma, grazie alle pressioni dei rappresentanti locali al Congresso, la quarantena entrò in vigore la settimana successiva. Poiché il personale addetto alla manutenzione e alla sorveglianza dell'edificio non si avvicinava più né a questo né alla zona, si dovette dislocare uno speciale corpo di polizia per impedire atti di vandalismo da parte dei teppisti. Una squadra del Centro per il Controllo delle Malattie iniziò una serie di analisi tossicologiche, indossando tute bioprotettive ogni volta che entravano nella zona in quarantena. Per tutto un mese non trovarono nulla e nessuno di loro si ammalò. A questo punto qualcuno avanzò l'ipotesi che, dal momento che nelle tre vittime non era stata scoperta alcuna malattia organica e che i due superstiti manifestavano alcuni dei sintomi fisiologici riscontrati negli stati di profonda meditazione, poteva trattarsi di un caso di isteria collettiva.

Frattanto il Gruppo di Autotomia si era trasferito in un edificio di legno "provvisorio" che risaliva alla seconda guerra mondiale. Pur consapevoli della gravità della perdita di più di dieci milioni di dollari di calcolatori, i membri del gruppo si rendevano conto che ciò che era indispensabile era l'informazione, non i manufatti in cui essa si concretizzava. Escogitarono un piano: tecnici muniti di tute bioprotettive si recarono nella zona in quarantena e introdussero i nastri contaminati nei lettori; l'informazione fu trasmessa su linee telefoniche da quella zona alla nuova sede del Progetto Autotomia, dove fu registrata di nuovo. La trascrizione dei nastri consentì al progetto di sopravvivere, ma tale metodo permetteva di ricostruire soltanto le parti più importanti. Il Progetto Dizzard non era tra quelli prioritari; tuttavia sospettiamo che sia accaduto un incidente.

Un gruppo di programmatori stava passando in rassegna nastri nuovi, controllandoli sui monitor e catalogando e archiviando provvisoriamente il loro contenuto. Un programmatore nuovo del progetto s'imbatté in materiale che non conosceva e domandò a un supervisore che passava di lì se dovesse scartarlo. Il programmatore riferì in seguito che il supervisore aveva battuto sulla tastiera alcuni comandi per far apparire i dati sul monitor; mentre le righe scorrevano sullo schermo sotto i loro occhi, il supervisore disse che il materiale non gli sembrava importante. La prudenza ci impedisce di riferire i suoi commenti successivi. A un certo punto egli si arrestò a metà di una frase. Il programmatore alzò lo sguardo e vide che il supervisore teneva gli occhi fissi davanti a sé. Le domande del programmatore non ricevettero risposta. Quando questi spinse indietro la sedia per scappare, urtò il supervisore che cadde a terra. L'uomo fu ricoverato con gli stessi sintomi dei casi precedenti.

L'équipe degli epidemiologi, e anche molti altri, avanzarono questa volta l'ipotesi che la causa della malattia nei quattro casi potesse essere non un agente fisico, come un virus o una tossina, bensì un'informazione astratta che poteva essere registrata su un nastro, trasmessa lungo una linea telefonica, fatta apparire su uno schermo e così via. Questa supposta informazione diventò in breve nota come "l'Enigma", e la malattia fu chiamata "coma enigmatico". Tutti i fatti noti suffragavano l'ipotesi - in precedenza considerata assurda - che qualunque essere umano esposto a questa informazione cadesse in un coma irreversibile. Alcuni riconobbero anche l'estrema delicatezza del problema di stabilire l'esatta natura di questa informazione.

La cosa diventò chiara quando fu interrogato il programmatore coinvolto nel quarto caso. Il fatto che egli fosse sopravvissuto pareva indicare che l'Enigma, per provocare il coma, doveva essere capito. Il programmatore dichiarò di aver fatto in tempo a leggere alcune righe sul monitor prima che il supervisore avesse l'attacco. Tuttavia, non sapendo nulla del Progetto Dizzard fu in grado di ricordare ben poco di quanto era comparso sullo schermo. La proposta di ipnotizzarlo per ottenere una ricostruzione più precisa fu scartata. Il programmatore convenne che la cosa migliore fosse quella di non sforzarsi di ricordare altro di quanto aveva letto, benché naturalmente fosse difficile sforzarsi di non ricordare qualcosa. Anzi, alla fine gli venne consigliato di abbandonare quella carriera e di occuparsi il meno possibile di informatica. Si presentò così il problema etico se si dovesse consentire di vedere l'Enigma anche Solo a volontari giuridicamente responsabili.

Lo scoppio di un'epidemia di coma enigmatico legata a un progetto di dimostrazione dei teoremi con l'ausilio del calcolatore era plausibilissima; un individuo che avesse scoperto l'Enigma con la sua testa sarebbe caduto in coma prima di poterlo comunicare ad altri. Ci si domandò allora se l'Enigma in realtà non fosse già stato scoperto senza il calcolatore in passato e subito perduto. Una ricerca bibliografica avrebbe avuto scarso valore, sicché fu intrapresa un'indagine sulle biografie di filosofi, logici e matematici che avevano operato a partire dalla nascita della logica moderna. Essa è stata rallentata dalle cautele adottate per proteggere i ricercatori da un eventuale contatto con l'Enigma. A tutt'oggi sono stati scoperti almeno dieci casi sospetti, il primo dei quali risale a quasi cento anni fa.

Gli psicolinguisti avviarono una ricerca per determinare se la predisposizione al coma enigmatico fosse tipica della sola specie umana. Wittgenstein, uno scimpanzé addestrato nel linguaggio dei segni, che aveva già risolto rompicapo logici da primo anno d'università, era il soggetto più adatto cui mostrare i nastri del Progetto Autotomia. I ricercatori del Progetto Wittgenstein, invocando motivi etici, si rifiutarono di collaborare e rapirono lo scimpanzé, il quale però fu infine ritrovato dall'FBI. Per ventiquattr'ore al giorno gli furono fatti vedere i nastri di Autotomia, ma senz'alcun effetto. Risultati simili sono stati ottenuti con cani e piccioni. E neppure i calcolatori sono stati mai danneggiati dall'Enigma.

In tutti questi studi è stato necessario mostrare i nastri di Autotomia al completo; non è stata trovata infatti alcuna strategia sicura per determinare anche solo in quale porzione dei nastri sia contenuto l'Enigma. Sembra che, nel corso del Progetto Wittgenstein-Autotomia, un operatore impegnato in tutt'altro programma sia stato colpito dal coma enigmatico allorché il contenuto di certi nastri di Autotomia fu stampato per caso in un punto di calcolo pubblico; si rese necessario rintracciare e distruggere i tabulati di tutto un mese.

Si è anche cercato di determinare la natura del coma enigmatico. Poiché non somigliava ad alcuna malattia conosciuta, non era chiaro se fosse un vero coma oppure qualcosa da evitare. Gli studiosi assumevano che si trattasse virtualmente di una lobotomia, una specie di blocco di tutta la rete di informazioni a livello sinaptico, che arrestava completamente le funzioni cerebrali superiori. Nondimeno era improbabile che il coma potesse essere correlato a uno stato di illuminazione meditativa, poiché sembrava troppo profondo per essere compatibile con la coscienza. Inoltre in nessun caso di coma enigmatico si è mai avuto un miglioramento. La neurochirurgia, i farmaci e la stimolazione elettrica hanno avuto solo effetti nulli o negativi; questi tentativi sono stati pertanto interrotti. Il verdetto provvisorio è che il coma sia irreversibile; è stato peraltro finanziato un progetto per trovare una parola capace di sciogliere l'"incantesimo" dell'Enigma, progetto che consiste nel mostrare alle vittime sequenze di simboli generate dal calcolatore.

Il nocciolo del problema, cioè la domanda "Che cos'è l'Enigma?", esige ovviamente che ci si accosti a esso con molta cautela. Talvolta l'Enigma viene descritto come "l'enunciato di Gòdel per la macchina di Turing umana" che provoca un incepparsi della mente; si citano a questo proposito dottrine tradizionali dell'indicibile e dell'impensabile. Idee del genere sono comuni nelle tradizioni popolari; si pensi al tema che ha la "Parola" di sanare lo spirito affranto. Ma l'Enigma potrebbe essere molto giovevole alla psicologia cognitivista: potrebbe fornire informazioni fondamentali sulla struttura della mente umana; potrebbe rivelarsi una stele di Rosetta per decodificare il "linguaggio del pensiero", universale per tutti gli uomini, qualunque lingua essi parlino. Se la teoria algoritmica della mente ha un fondamento, esiste un qualche programma, una qualche gigantesca parola che, introdotta in una macchina, la trasforma in una cosa pensante; perché non ci dovrebbe allora essere una parola terribile, l'Enigma appunto, capace di negare la prima? Ma la soluzione del problema dipendeva dalla possibilità di fondare una disciplina, l'"enigmologia", in grado di affrontarlo senza autodistruggersi.

A questo punto cominciò a venire alla luce, a proposito dell'Enigma, un fatto ancora più inquietante. A Parigi una studiosa di topologia cadde in un coma per certi aspetti simile a quello di Dizzard. In questo caso non c'era di mezzo alcun calcolatore. I lavori della studiosa furono sequestrati dai francesi ma a noi risulta che questa matematica, benché non al corrente del lavoro di Dizzard, si interessava di argomenti analoghi di intelligenza artificiale. Circa nello stesso periodo, quattro membri dell'Istituto per il Calcolo automatico di Mosca smisero di comparire ai convegni internazionali e, pare, anche di rispondere di persona alla corrispondenza; alcuni funzionari dell'FBI sostennero che l'Unione Sovietica, attraverso la normale attività di spionaggio, si era impadronita dei nastri di Autotomia. Il Dipartimento della Difesa cominciò a prendere in esame l'idea di una "guerra enigmatica".

Seguirono altri due casi: uno studioso di linguistica teorica e un filosofo, che vivevano entrambi in California ma che, a quanto pareva, lavoravano indipendentemente. Nessuno dei due lavorava nel campo di Dizzard, ma entrambi conoscevano i metodi formali sviluppati da Dizzard e pubblicati dieci anni prima in un'opera molto nota. Ancor più sinistro fu il caso di un biochimico che lavorava sui modelli delle interazioni tra DNA e RNA basati sulla teoria dell'informazione. (Non fu però possibile escludere che si trattasse di un falso allarme, poiché dopo essere entrato in coma, il biochimico si mise a chiocciare senza interruzione come una gallina).

Il coma enigmatico non poteva più essere considerato un rischio professionale limitato al campo specifico di Dizzard; sembrava stare in agguato sotto molte forme. A quanto pareva, l'Enigma e il suo effetto non erano semplicemente indipendenti dalla lingua: l'Enigma, o le forme a esso affini, potevano presentarsi in qualunque disciplina ed essere presenti praticamente ovunque. Era impossibile determinare con sicurezza i confini di una quarantena intellettuale.

Ora tuttavia stiamo scoprendo anche questo: che l'Enigma sembra un'idea per la quale i tempi sono maturi, come i tanti paradossi autoreferenziali (del tipo "Questo enunciato è falso") scoperti nei primi decenni di questo secolo. Forse di ciò si ha un riflesso nell'opinione corrente che "l'informatica è la nuova arte liberale". Una volta che il livello culturale di base ha raggiunto un certo grado di sviluppo, la diffusione della scoperta dell'Enigma appare inevitabile. Ciò è risultato chiaro per la prima volta l'inverno scorso, quando la maggior parte dei numerosi studenti di un nuovo corso introduttivo sulla teoria degli automi sono entrati in coma durante una lezione. (Alcuni che ne erano rimasti indenni vi caddero poche ore dopo; le loro ultime parole furono quasi sempre: "Ah, ecco!"). Dopo il ripetersi altrove di incidenti analoghi, le proteste dell'opinione pubblica hanno portato alla conferenza stampa del Presidente e alla stesura di questa relazione.

Benché l'attuale atmosfera logofobica e le grida di "chiudete le università" siano manifestazioni irrazionali, la pandemia di coma enigmatico non può essere considerata solo come un ulteriore esempio di tecnologia impazzita. Nel recente caso del "forno sonico" di Minneapolis, per esempio, allorché la facciata parabolica di un edificio concentrò il rombo degli aviogetti che stavano decollando lì vicino, in realtà furono uccise solo le poche persone che si trovavano ad attraversare il fuoco della parabola nel momento sbagliato. Ma anche se il coma enigmatico fosse uno stato desiderabile per l'individuo (il che non sembra, a quanto si è visto), l'attuale pandemia è diventata una crisi della salute pubblica senza precedenti; una parte cospicua della popolazione non è in grado di provvedere a se stessa. Possiamo solo prevedere che, col progressivo diffondersi dell'idea dell'Enigma, aumenterà il numero dei ricercatori - elementi essenziali della nostra società - in tal modo resi inabili. L'obiettivo principale della nostra relazione era quanto meno di ridurre la diffusione del coma. La richiesta, da parte del pubblico, di avere una parte attiva nella scelta di una politica di ricerca ha acuito il dilemma che ci sta di fronte: come mettere in guardia contro l'Enigma, o anche solo discuterne, senza diffondere il contagio? Quanto più particolareggiato è l'avvertimento, tanto maggiore è il pericolo. Il lettore può arrivare per caso al punto di vedere "Se p allora q" e p. Non potrà allora trattenersi dal concludere q, dove q è l'Enigma. L'identificazione delle zone di rischio somiglierebbe a quel gioco da bambini che dice: "Ti regalo un dollaro se tra dieci secondi a partire da ora non penserai a dei topolini rosa". Resta un problema che è etico e politico insieme: il rischio tremendo dell'Enigma è superato dai benefici che apporterebbe la continuazione della ricerca in un gruppo di discipline ancor mal definito ma cruciale? In particolare, gli autori di questa relazione non sono stati in grado di decidere se l'eventuale utilità di una qualsiasi relazione possa superare il pericolo che essa rappresenta per il lettore. E in effetti, durante la preparazione della stesura finale, uno di noi è stato tragicamente colpito.

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Praestigiator è curato da Mariano Tomatis