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venerdì, 22 settembre 2017

Questo titolo è sbaglato

di mariano tomatis
pubblicato il 21 giugno 2003

In qusta frase ci sono tre erori. Il primo compare nella parola "qusta", cui manca una "e". Il secondo è nell'ultima parola, in cui manca una "r". Chi riesce ad individuare il terzo?

Amo la frase sopra! Non c'è nulla di più antidogmatico dell'ammissione dei propri errori, e la frase in questione è tre volte antidogmatica! Quanto è distante da quei boriosi che pretendono di essere infallibili...

Errare è umano, scriverebbe a questo punto lo scrittorucolo alla ricerca di citazioni ad effetto, o magari si spingerebbe a proporla in latino, con tono altisonante ("Errare umanum est") magari dimenticando l'acca di fronte all'humanum, e producendo così una frase che si autoconferma in maniera esaltante!

D'altronde, soltanto gli antichi potevano leggere nell'errore un'attivita' esclusivamente umana; si sbagliavano (!): oggi gli errori più catastrofici li compiono spesso computer e "sistemi intelligenti (?)" - come già la quinta legge dell'inattendibilità di Paul Ehrlich ammoniva (Errare è umano, ma per incasinare veramente le cose ci vuole un computer!). Ci sono, comunque, errori ed errori.

Mi viene in mente quel signore che aveva la diarrea e il medico gli prescrisse per errore un sedativo. Dopo un po' di tempo, il paziente diceva di sé: "Me la faccio sempre addosso, ma non me ne frega niente!".

Ben più grave l'errore che costò la vita a capitan Uncino, che morì facendosi il bidè. Con la mano sbagliata. O quello che costò la bocciatura al mio compagno delle scuole medie. Segnava tutte le parti più importanti da studiare con l'evidenziatore, ma solo alla fine dell'anno si accorse che forse l'evidenziatore nero non era il migliore che avrebbe potuto usare...

D'altronde, se tutti sbagliano, possiamo dedurne che non sia prerogativa dei più stupidi. Anche Michelangelo faceva le sue cappelle, scriveva qualcuno... E non era Berry Levinson che faceva notare che la scoperta dell'America è, in fondo, il risultato di un errore di navigazione?

Con un gusto un po' paradossale, qualcuno si spingeva ad affermare che "Errare humanum est, perseverare ovest". Decisamente più epicurea Mae West, quando diceva che "Errare è umano, ma ti fa sentire divino!".

Ho pensato all'Errore oggi pomeriggio, quando - in libreria - ho comprato gli ultimi quattro volumetti con le strisce di Charles M. Schulz dedicate ai "Peanuts". Questa è la copertina del 43° volume:


Non credo che l'imperativo "chiedemi" sia italiano: quel che trovo strano è che i curatori dell'opera non se ne siano accorti prima di mandarla in stampa. D'altronde ho visto in giro cose ben peggiori. Su un volantino che avevo trovato in una macelleria croata qualche estate fa compariva la descrizione di una razza di mucca unica al mondo per la bontà della carne:


La cosa divertente era il fatto che queste informazioni comparivano in croato in alto, in tedesco e in inglese in centro pagina, in italiano in basso. Il testo in italiano era stato probabilmente tradotto da qualcuno sotto l'effetto di sostanze illegali, perché la frase "The Istrian ox is a unique breed of oxen in the world" ("la mucca istriana è una razza unica al mondo") era diventata "è l'unica razza di bovini che ci sia al mondo"! Il volantino specificava persino il numero di capi attualmente in vita (112, poco più di un centinaio). Potete immaginare l'effetto comico di un volantino che promuoveva il consumo delle poche mucche rimaste sulla faccia della terra, mentre il WWF si affrettava a sostituire il panda che aveva sul logo con una cugina della mucca Lilla.

E' molto quotata tra i collezionisti quella copertina de L'Unità di qualche anno fa, dove comparve la imbarazzante "Viva il compagno Togliatti, giuda del proletariato". D'altronde esistono stupidari in ogni posto di lavoro.

Per citare solo alcuni dei mille refusi capitati presso il centro in cui lavoro (il Centro di Prevenzione Oncologica - Servizio di Epidemiologia dei Tumori), in un'occasione si scrisse qualcosa firmandolo "Servizio di Epidemiologia dei Rumori" ("Chissà di che strani studi statistico-ritmici si occupano costoro"); in un'altra, divenne "Servizio di Epidemiologia dei Timori" ("Eh, sì! La paura è contagiosa!"). D'altronde fu ben più cruento quando in testa ad un documento apparve l'intestazione "Sevizio di Epidemiologia"... Un corso dedicato alle infermiere che avrebbero dato una mano in sala parto divenne il "Corso per ostriche" (e le povere ostetriche dovettero chiedere lumi sulla strana - e nuova! - denominazione). Essendo un servizio di epidemiologia, poi, facciamo sempre precedere ad ogni trial clinico uno studio di fattibilità, mirato a verificare se esistono le condizioni per condurre un'analisi (in breve, vediamo se la cosa è fattibile o no). Destò non poche perplessità la proposta di uno studio di fottibilità... Freud avrebbe avuto da dilettarsi con lapsus del genere, come quello in cui caddi io quando - per dire che non mi raccapezzavo più in mezzo a tanti dati - confessai la mia incapacità di raccapezzolarmi.

Alle scuole superiori ero il collezionista "ufficiale" delle stupidaggini dette nell'una o nell'altra occasione da me e dai miei compagni; avevamo addirittura istituito un premio per il più idiota, che accumulava punti compiendo gli errori più rocamboleschi. Io non acquistai per un pelo una pletora di punti, perché mi accorsi in tempo che "Enea et suus pater" non significava "Enea e quel maiale del padre" (suus = maiale) bensì - più semplicemente - "Enea e suo padre". Quella versione di latino sarebbe stato un particolare imbarazzante della mia adolescenza... Tra le centinaia raccolte, indimenticabili quelle riguardanti i problemi di lingua. Durante l'ora di letteratura italiana, una prof ci parlò di una poesia di Pascoli nella quale erano contenute parole in inglese. Per dimostrarcelo, ne lesse un brano, proclamando a gran voce: "...il venditore vende checche". Poi, dopo qualche istante di sbigottimento, si corresse: "Ah no, qui parla di cake...". Un'altra volta il mio compagno Alessandro mi chiese che differenza ci fosse tra "touch" e "taste": non erano forse lo stesso "senso"? Non significavano rispettivamente "toccare" e "tastare"?

Il più grande, però, era Tony: indimenticabile quando, lamentandosi che la prof d'inglese gli avesse chiesto di parlargli della "Ode al Westminster Bridge", disse di non aver mai sentito parlare di questo Mister Bridge... o quando all'aeroporto di Praga gli fu intimato di gettare la sigaretta che stava fumando e lui rispose chiedendo alla guardia: "Wher? A terr?"... o quando sentiva, prima del compito, che una domanda avrebbe riguardato il "fluss of cosciens" di Joyce...

Concludo il mio errare per errori con un quiz dalla risposta molto sottile: la sera del 30 marzo 2002 ho trovato in un bar di Sauze d'Oulx questo invito per la notte presso la Discoteca "Rimini Nord". Non potei fare a meno di notare un evidentissimo errore (perché se non fosse stato tale, si sarebbe trattato di una vera e propria truffa!):


Rispetto a chi lo osserva oggi, allora io ero facilitato nello scovare l'errore... Qualcuno lo vede? La prossima settimana pubblicherò la risposta a questo sorprendente enigma! Incidentalmente, come si fa a sapere se una parola sul vocabolario è sbagliata?

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