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domenica, 17 dicembre 2017

Il segreto di Tony Binarelli

di Stefano Arditi
pubblicato il 10 aprile 2013

Quando osservo qualcosa, sia un quadro o spettacolo, cerco sempre di fare due cose. Uno: goderne il più possibile. Due: farmi venire dei dubbi.

I dubbi non riguardano necessariamente lo spettacolo o il quadro. Spesso sono dubbi su di me, sul mio lavoro, sul chi sono, sulla mia (certo inutile) presenza nel mondo dello spettacolo, ma anche sullo spettacolo o sul quadro stesso. Non sempre ho risposte immediate, ma il solo fatto di essermi posto dei dubbi istintivi, immediati, spesso mi aiuta — col tempo — a prospettare delle risposte. Tali risposte sempre sintesi di domande ed esperienze, momenti e situazioni diverse. Questa premessa è indispensabile per comprendere quel che segue.

Ho avuto il piacere di lavorare con Tony Binarelli un mucchio di volte, e dalle quinte del palcoscenico l’ho sempre osservato con attenzione. Non per scoprirne i segreti magici, ma per cercare di carpire che cosa lo distingua da tutti gli altri, quel “quid” che, negli anni Settanta, ne ha fatto uno dei pochi, autentici rappresentanti della magia italiana. L’ho osservato con avidità, senza invidia, cogliendone i singoli meccanismi (simpatia, esperienza, tecnica e una discreta dose di incoscienza) senza però coglierne l’essenza.

Con Silvan era stato più facile. Silvan ha una signorilità che coincide con il suo personaggio. Una classe superiore. E, anche lui, tecnica, esperienza, ecc. ecc. Ma con lui era facile. Appena lo vedi, non puoi non coglierlo. Una classe d’altri tempi, ma sempre attuale proprio in quanto non più attuale.

Ma Tony Binarelli no. Devi guardarlo e riguardarlo. Un po’ come Wanda Osiris.

Wanda era brutta. Non sapeva né ballare, né cantare. Recitava con un desueto birignao, non aveva alcuna abilità particolare, ma quando scendeva la scala... Allora la guardi e ti domandi: «Perché?! Dov’è il segreto?»

Con Tony per me è stato lo stesso. Lo guardavo e mi domandavo: «Dov’è il segreto?» Perchè lui sì e — per dire — Mario Altobelli no? Cosa pone Tony su un gradino più alto di decine di colleghi della sua stessa generazione, altrettanto straordinari — da Victor Balli a Fernando Riccardi, da Vicinio Raimondi a tutti gli altri.

Oggi, bontà sua, sono stato il regista del suo spettacolo e, sempre bontà sua, finalmente ho capito. Non perchè me l’abbia rivelato, ma perchè — ai miei occhi — è finalmente diventato evidente. Estremamente evidente. Perchè è li, proprio davanti agli occhi. Eppure invisivile, proprio per il fatto di essere troppo palese e sfacciatamente semplice.

Binarelli è Binarelli perchè ha una caratteristica che manca alla maggior parte dei giovani che ho incontrato — e che incontro quotidianamente — nell’ambiente dei prestigiatori. Lui è lui perchè, nonostante la sicurezza con cui affronta il pubblico, è una persona umile. Ha la grande umiltà di mettersi in gioco ogni volta; quella di ascoltare; quella di farsi venire dei dubbi, di condividere tali dubbi con gli altri e discuterne.

Volessimo dirlo in modo “alto”, Binarelli sa mettersi in gioco, ascoltare, estraniarsi dal suo Ego e accettare i consigli di chi ha qualcosa di interessante da dirgli. Dovessimo scegliere due soli aggettivi per definirlo, Tony è una persona “umile” e “coraggiosa”. Una persona che ha voglia di migliorarsi e migliorare il suo rapporto con gli altri. Con il suo pubblico. Con la sua vita. Una persona che, seppur non più giovanissima, non ha gettato la spugna e non si è fatto imprigionare dal sogno. E non per tornare quello che era quando andava forte in TV, né per competizione con i giovani, né ancora per dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stesso. Lo fa perchè è bello farlo. Perché è il segreto di una bella vita. Si vive bene svegliandosi ogni mattina senza pensare che l’avvenire sia dietro le spalle. Ieri sera [2 ottobre 2009], durante il suo spettacolo Quinta Dimensione, l’ha dimostrato ancora e ancora.

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