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mercoledì, 19 dicembre 2018

La “Quinta Dimensione” di Tony Binarelli al Teatro Alba 49

di Rino Panetti
pubblicato il 3 ottobre 2009

Gli amanti dello sport li hanno: canali TV completamente dedicati alla loro passione. E così i patiti del cinema, delle notizie, dei cartoons e di decine di altre “discipline”.

Sarebbe bello avere un canale TV dedicato alla magia? Non ne sono così sicuro: la magia va respirata sentendone la brezza direttamente sulla pelle, dal vivo, senza “media” a mediare. Forse ci sono già troppi “pantofolari” della magia, tutto casa e Youtube. Ma se invece ci fosse un teatro dedicato agli spettacoli magici? Sarebbe bellissimo. Il teatro è incontro, è confronto, è “vita”.

A Roma, tutto ciò è possibile grazie al Teatro Alba 49. Ed è fantastico!

Nella stupenda immagine di Paolo Maurensig, i musicisti e le orchestre suonano in tutto il mondo passandosi idealmente il testimone gli uni con gli altri, travaricando barriere, confini, fusi orari, con il compito di far vivere continuamente la musica. Allo stesso modo, ogni occasione in più che c’è per “fare magia” aiuta a tenerla in vita, non spegnerla mai, far si che in ogni istante si possa respirare in qualche angolo del mondo. Il 2 ottobre, in questa porzione di mondo, è toccato a Tony Binarelli.

Ci sono maestri della risata, altri che eccellono nei ruoli drammatici, altri che riescono a dare il meglio in entrambi i campi. Ma quanti, nella stessa serata e in diretta - senza ciak e “questa rifacciamola” - sanno passare da momenti di puro intrattenimento e divertimento a momenti di densa tensione e, soprattutto, riescono a farlo in modo credibile? Questa, per me, è stata una delle chiavi di lettura fondamentali dello spettacolo di Binarelli.

Un vero maestro. Un’eccelsa capacità di entrare e uscire da ruoli opposti, senza che lo spettatore possa avvertire consapevolmente il passaggio. Un attimo prima stai ridendo, di gusto, un attimo dopo sei assorto e teso, completamente coinvolto in un esperimento dal pathos portato all’estremo. L’aspetto importante è che tutto ciò non avviene con “ausili esterni” evidenti; non ci sono cambi di scena, non ci sono “voltapagina”, nessun sipario che si chiude e si riapre. Il tutto semplicemente avviene sul volto di Tony, nel suo tono di voce, nel suo sguardo, nella sua postura.

Tutto ciò, però, lo ricostruisci solo dopo - questo è uno dei vantaggi di abitare in una cittadina a un’ora da Roma: al rientro dallo spettacolo hai il tempo di tornarci sopra, portarlo con te in auto. Solo più tardi noti l’uso sapiente delle luci e della musica (quella serata orchestrate da Stefano Arditi). Solo dopo. Ed è questa la magia. La fusione di tutti gli elementi che, in tale coagulo, perdono la propria identità per trasformarsi in Magia.

E come non ricordare con quale eleganza ha eseguito il suo numero presentato oltre 40 anni fa al concorso mondiale del FISM? Quasi con discrezione, quasi timidamente. Ammettiamolo: chi di noi, nei suoi spettacoli, non ha avuto almeno la tentazione di “starnazzare” citando l’ultimo premio vinto alla Festa di Roccacannuccia? Chi non ha gonfiato il petto, almeno una volta, autocitandosi? Binarelli, invece, ha presentato il suo numero da campione, quasi in punta di piedi, nell’esibizione meno “autocentrata” di tutto lo spettacolo. Classe pura. Stile e classe sopraffini.

Si, ma quali “giochi” ha presentato? - mi chiederanno i colleghi. Credetemi, non è questo l’aspetto importante. Gli addetti ai lavori già conoscono il repertorio di Binarelli. Non è così importante perché non lo è stato neanche per chi il 2 ottobre era lì. È uno di quegli spettacoli in cui non rientri con la compagna o il figlio che ti chiedono «Ma coma ha fatto?» Il trucco è secondario, e si disperde nell’intrattenimento, nel “senso del magico”.

Come si può riconoscere se uno spettacolo di magia ha colto nel profondo, è andato a segno? Quando la tua compagna o i tuoi ospiti si autocensurano, evitano di chiederti “quale era il trucco”, perché intuiscono - e avvertono inconsapevolmente - che l’essenza dello spettacolo è altrove. Si, oserei dire che quasi provano vergogna a fare quella domanda, o anche solo a pensarla. Al riguardo, mi vengono in mente i primi minuti dello spettacolo di Binarelli. Cosa insegnano molti testi e molte scuole di illusionismo? Il primo gioco dev’essere rapido, deve catturare l’attenzione del pubblico con un effetto forte e di impatto. Sempre giusto? Sì e no. Binarelli ha dimostrato come l’attenzione e l’interesse del pubblico si possono catturare e suscitare anche senza far nulla - un “nulla” denso di interesse, personaggio, forza. Binarelli lo ha fatto sapendo cosa dire, come dirlo e perché dirlo. Se non siamo educati al “senso del magico”, restano solo il trucco e la sorpresa senza suspense. Il rischio, però, è che l’unico commento degli spettatori, alla fine, sarà: «Ma come ha fatto?» Se pensano di avere la soluzione, non resterà loro più nulla del nostro spettacolo, come accade una volta risolto un cruciverba. La magia siamo noi, innanzitutto. Non dimentichiamolo.

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