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giovedì, 21 settembre 2017

Recensione di Confessioni di un Mentalista

di mariano tomatis
pubblicato il 13 ottobre 2011

È appena stata pubblicata in Italia la traduzione di Confessions of a Conjuror, l’ultimo libro di Derren Brown.

Confessioni di un Mentalista - Gli aspetti segreti della vita dell’illusionista psicologico più famoso al mondo è un libro insolito, scritto con l’occhio rivolto verso il pubblico piuttosto che verso i colleghi prestigiatori. Con la scusa di raccontare una serie di suoi spettacoli in close-up presso ristoranti e case private, Brown propone una miriade di riflessioni su se stesso, il mondo che lo circonda e l’illusionismo; ogni dettaglio dell'ambiente è la scusa per raccontare qualcosa. Si tratta di un modello di scrittura brillante, che consente di spaziare su un gran numero di argomenti in poche pagine, mantenendo però un fil rouge che garantisce un contesto significativo; una forma di scrittura molto più evoluta del banale elenco puntato di elementi slegati l’uno dall’altro.

In un capitolo, Brown racconta di aver trasformato una carta accarezzandola e coprendola per un istante. Il fatto di aver coperto la carta è, secondo lui, un dettaglio chiave, la cui importanza non viene colta dal pubblico. Per far capire cosa intende, si mette a descrivere le condizioni di oscurità in cui avvenivano le sedute spiritiche. Il buio era un mezzo che assolveva a due necessità: coprire i trucchi del medium e rendere più eclatanti gli effetti, costringendo i presenti a immaginare - piuttosto che a vedere - quello che stava accadendo. Perché come argomentava Dylan Dog,

I mostri immaginati sono più spaventosi di qualsiasi mostro reale.

Passa poi a raccontare dei fratelli Davenport, spiegando che loro volevano ottenere gli stessi effetti in teatro, dove non si poteva fare il buio completo: i due risolvevano la questione nascondendosi all'interno di una cabina spiritica; certo, il pubblico era in luce, e questo smorzava l’impatto complessivo dell'esibizione, ma la copertura continuava ad avere il ruolo di aumentare l’effetto percepito. Torna alla mente il fatto che Gustavo Rol usasse il buio assoluto tutte le volte in cui doveva produrre i suoi quadri e per la maggior parte delle sue materializzazioni. Quale prestigiatore moderno, in una seduta di magia bizzarra, potrebbe produrre il buio assoluto e non essere oggetto di scherno?

L’unico show cui io abbia assistito e in cui, coraggiosamente, abbiano sfruttato il buio assoluto per lo stesso scopo è stato PlayDead, lo show di Teller e Todd Robbins.

Altrove Brown racconta di come uno spettatore possa infastidirsi se il mago presenta i suoi effetti come una sfida personale. L’occasione è buona per spiegare come indovinare una lettera pensata: Brown suggerisce di avvicinarsi allo spettatore molesto, dirgli che si indovinerà una lettera da lui pensata e che le probabilità di indovinare sono 1 su 26. Avendo sfidato in questo modo lo spettatore, le sue scelte diventano più prevedibili, perché più facilmente si rifugerà in lettere poco scelte, come la Q e la Z. Ecco che Brown suggerisce di scrivere entrambe le lettere e di rivelare solo quella scelta, a seconda di cosa annuncia di aver pensato lo spettatore. E se si sbaglia?

Salite sul tavolo, lamentandovi del fatto che si tratta del pubblico più canaglia che abbiate mai incontrato, e pisciategli addosso senza pietà.

Quando Brown estrae le carte dal mazzo, le vede di colore rosso e sfrutta lo stimolo visivo per intraprendere una riflessione proustiana sui colori: lui ha sempre preferito il rosso, perché il blu gli ricorda l’inchiostro della scuola, quella stronza della professoressa e l’odore di sapone dei bagni del vecchio istituto scolastico. A loro volta i bagni gli ricordano che (come ama ripetere Eugene Burger) in una scala sociale i maghi sono appena sopra i venditori di rose: il loro luogo d’elezione è il cesso dei ristoranti, ed è lì che mettono in ordine le carte, cercano di infilare il maledettissimo filo invisibile nell’asola e devono cambiarsi d’abito.

E’ un piacere pensare che perfino i più alti esponenti dell’arte del close-up sono costretti in questi cubicoli a eseguire le preparazioni fondamentali per i loro show.

Più di tutto, Brown esprime la consapevolezza del fatto che, quella dei maghi, è una sottocultura underground spesso ignara di quello che succede nel mondo reale, governata da leggi tutte sue; un angolo in cui la conoscenza di un segreto è considerata fonte di potere e chi ne svela uno è un miserabile da crocifiggere agli occhi dei colleghi. Il messaggio trasversale alla comunità magica è esplicito: può essere molto pericoloso perdere del tutto la percezione del mondo "là fuori". Come scrive Brown,

Sono la peculiarità e l’esclusività del mondo magico a rendere lo status percepito così importante agli occhi dei prestigiatori. Ma la grande reputazione acquisita all’interno del mondo magico può non avere nessuna corrispondenza con il mondo reale, fuori dai circoli e dalle convention, dove lo stesso mago può essere percepito come uno sfigato.

L’arrivo di un cameriere e il cerimoniale con cui appoggia un coltello sul tavolo, creando un certo spazio intorno per conferirgli una certa importanza, sono la scusa per definire il ruolo del close-up performer nell’attribuire un’aura di mistero e rilevanza a oggetti quotidiani.

E’ lo spazio intorno il segreto.

Traendo un esempio dalla quotidianità, Brown cita un amico che ha scattato un po’ di foto a New York con una macchina digitale amatoriale. Invece di farle scorrere sullo schermo del computer, le ha spedite a un servizio di stampa fotografica che gliele ha impaginate con un sacco di spazio intorno e stampate a un prezzo irrisorio. Le stesse sono ora sono diventate un photobook che sembra stato realizzato da un artista di grido. Anche qui, è il vasto spazio vuoto intorno a ogni fotografia a renderla speciale, curiosa, significativa. A sua volta, il fatto di aver stampato le fotografie per non limitarsi a osservarle sullo schermo implica una "fisicità" nell’approccio alle immagini che l’era digitale ci sta sottraendo; ecco l’occasione per Brown di elencare una serie di piccoli piaceri fisici quotidiani a cui possiamo ancora attingere: andare in bicicletta, salire le scale, incollare un francobollo...

Il libro è ingannevole a una sfogliata veloce: Brown ha incollato qua e là una serie di mani intente a eseguire classiche mosse di cartomagia; per chi lo scorre distrattamente, il titolo Confessioni di un prestigiatore e le immagini suggeriscono subliminalmente che un mago stia svelando i suoi segreti.

In realtà, lo sta facendo davvero, ma non si tratta dei segreti di cui i prestigiatori sono bulimici: non parla di come si esegue uno shuttle pass o una conta Elmsley, bensì dei pensieri segreti che ospita la mente di un illusionista con interessi multidisciplinari quando si muove negli spazi ben noti a chi lavora nel close-up, incontrando miriadi di situazioni curiose, peculiari o degne di interessanti riflessioni filosofiche.

Il tutto, con uno stile accessibile al grosso pubblico: non c’è alcun tecnicismo in quel che scrive, e la sua grande abilità sta nell’offrire uno sguardo dietro le quinte del mondo magico, sottolineando quanto variegata e ricca possa essere la prestigiazione, ma soprattutto quante e quali implicazioni abbia l’arte di fare qualcosa di impossibile nel mondo disincantato e veloce in cui ci muoviamo.

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Praestigiator è curato da Mariano Tomatis